Mambo
21 Novembre Nov 2012 0831 21 novembre 2012

Se Bersani vince, sarà per la sua rendita di posizione

Se Bersani, come credo, vincerà le primarie, subito o al secondo turno, saremo di fronte alla smentita più clamorosa della vecchia credenza per cui in politica prevale chi si muove di più. Bersani infatti è stato praticamente fermo. Mentre il suo competitor principale e più insidioso si è dato da fare minacciando sfracelli e, in queste ore, cercando di mettere riparo alle intemerate della prima ora, il segretario ha tenuto la posizione che si era guadagnata in questi anni. Quieta non movere. Se ci pensate anche altri due protagonisti di questa stagione politica stanno scegliendo di muoversi poco, di fare solo rari scatti improvvisi, ma di contare sulla rendita di posizione acquisita.

Parlo di Mario Monti e di Beppe Grillo. Il premier gode del vantaggio dell’immagine di salvatore della patria. Talvolta sussurra qualche parola sul futuro ma solitamente lascia parla la sua storia recente. Grillo ha accumulato un bonus notevole in tanti anni di polemica violenta contro la classe dirigente e con adunate pazzesche di antipolitici appassionati, ora si sta limitando ad amministrare il vantaggio acquisto con poche uscite pubbliche e incursioni brevi ma efficaci, come nel caso delle elezioni siciliane.

Se muoversi poco vuol dire guadagnare consensi questo significa che l’elettorato oggi premia soprattutto due cose: la riconoscibilità del protagonista politico e la sua fermezza nello stare là dove tutti lo hanno visto la prima volta. Bersani ha fatto così. Tutti lo hanno identificato come il prototipo del comunista emiliano, quella genia buona e operosa che gode di meritata ottima stampa, come il prudente liberalizzatore, come il seguace del togliattiano rinnovamento nella continuità che apre speranze ai giovani senza allarmare i vecchi, come l’uomo senza vendette e senza rancori. Renzi invece si è agitato come un dannato, ha guadagnato consensi da ogni parte al punto da diventare un leader politico nazionale ma non è riuscito a identificarsi con nulla di diverso che la “rottamazione”.

Blair era cosa differente, era rinnovamento ideologico, cultura liberal, compassione verso i diseredati. Non si sfugge dall’impressione che la forza e il limite del sindaco di Firenze siano stati concentrati in un discorso rivolto prevalentemente ai consumatori di politica quelli, e sono tanti, che si appassionano davanti alle risse tv, che tifano o maledicono i leader della sinistra da decenni al potere ma che oggi guardano con ansia alla busta paga, all’aumento dei prezzi, ai figli disoccupati. Il liberal Renzi non è riuscito, a mio parere, a trasformare la sua carica antagonista verso la vecchia classe dirigente in una speranza di sopravvivenza e rinascita sociale.

Da qui la sua immagine che è apparsa sempre in demenziale movimento fra il liberismo iniziale e oggi l’affannoso inseguimento a sinistra, anche contro la Tav, ormai. Se i suoi spin doctors lo avessero dipinto subito in modo chiaro e lo avessero tenuto fermo in quella posizione forse avrebbe guadagnato in immagine. Di questi tempi due sono i prototipi di politici che possono sfondare. Uno è il decostruttore della politica attuale e federatore degli scontenti, l’altro è quello dall’apparenza tranquilla, fermo come un soprammobile che ciascuno trova dove lo aveva lasciato. Il segreto del vero uomo politico è capire quando deve muoversi e quando deve restare immobile.

Ho l’impressione che Renzi si presenti come in quei filmati in cui musica e movimento non siano sincronizzati per cui tutto appare un po’ artefatto. A molti commentatori Renzi è piaciuto per quel suo spirito iconoclasta e per la sua polemica contro i vecchi elefanti. Lo hanno incitato a urlare mentre avrebbero dovuto consigliargli di affidare a poche battute la propria identità e stare fermo su quelle. I grandi presidenti americani, e tutti i maggiori protagonisti della politica, in fondo, sono noti solo per una frase, unica e bellissima. Tutto il resto è noia. 

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