Alessandro Sannini
La nota
22 Novembre Nov 2012 1031 22 novembre 2012

Sessantatre piccole medie imprese potrebbero andare in Borsa

Le piccole medie imprese che frequentano il programma Elite di Borsa Italiana potrebbero sbarcare in borsa oppure essere oggetto di interesse per i fondi di private equity. Mancano intermediari finanziari specializzati in PMI.

In un’Italia in crisi, sono 63 le piccole medie imprese virtuose che hanno deciso di partecipare al programma Elite di Borsa Italiana. Una vera e propria faculty in cui viene insegnato loro a riorganizzarsi per essere appetibili per investitori pubblici e privati.

Harmont & Blaine, il gruppo di abbigliamento col marchio del bassotto reso noto soprattutto dalle sponsorizzazioni di Fiorello e di Cannavaro si prefigge di aprire il capitale nel 2015 ad investitori pubblici e privati e con lei ce ne sono tante altre che vengono avvicinate alla borsa al ritmo di 30 al mese.

Una domanda da fare a qualche imprenditore è " Hai mai pensato di quotarti in borsa? " . Solitamente sopratutto quelli più piccoli pensano che l'argomento sia tabù e che l'ingresso nei mercati di capitali si appannaggio di realtà grandi ed internazionali. Non è così si può iniziare a pensarci da 10 milioni di euro di fatturato. L'accompagnamento alla quotazione in borsa è un buon pretesto per ottimizzare l'azienda sia a livello organizzativo che finanziario. Ed in tempo di crisi forse un buon modo di ricominciare a crescere è popolare i mercati di buone aziende attrattive per gli investitori.

La speranza, non solo di Borsa Italiana ma dei 35 fondi in attesa di poter investire parte dei loro soldi, è che fra queste realtà si celino le future “multinazionali tascabili”, i campioni dell’imprenditoria di domani. Forse, una nuova razza di imprese caratterizzate da una decisa sprovincializzazione e da una globalizzazione incorporata nel loro dna.

Probabilmente questa sfida potrebbe partire di concerto con i loro consulenti locali , avvocati e commercialisti che seguendo quotidiamente imprenditori , famiglie ed aziende potrebbero essere le interfacce con gli advisors del mondo finanziario azzerando le assimetrie informative e costruendo insieme itinerari di innovazione , crescita finanziaria e sviluppo. La Lombardia, con 16 aziende, fa la parte del leone. Però al quarto posto, dopo Veneto (8 società) e Toscana (7), appare sorprendentemente la Campania con 6 società.

Probabilmente c'è l'esigenza di far emergere una nuova tipologia di imprenditori , capaci di uscire dalle logiche dell'impresa familiare ed aprire il capitale anche scontrandosi con il bisogno fisiologico di trasparenza che mercati di capitali e private equity necessitano per operare. Segnali di speranza in questo clima di recessione e di declino produttivo fatto di una costellazione di "promesse".

Il nuovo mercato per l'advisory è quello di creare nuovi intermediari finanziari su misura per PMI con visione locale ed azione locale.

Il clima politico oggettivamente non aiuta. I nostri prossimi governanti nei loro manifesti dovrebbero pensare nei loro manifesti ad azioni per la crescita , abbassando la pressione fiscale ed agevolando chi decide di giocare in contesti globalizzati dove vanno a scemare i classici punti di riferimento sedimentati da generazioni. Il rischio è che le nostre eccellenze produttive e imprenditoriali con i loro uomini , a malincuore , decidano di portare tradizione , tecnologie , competenze e sogni in altri paese , dove l'ecosistema è collaborativo e pronto a supportarli e non ostile come quello Italiano.

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