Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
23 Novembre Nov 2012 1709 23 novembre 2012

Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare

Andrea s’è perso, s’è perso e non sa tornare” cantava Fabrizio De Andrè. Il suo Andrea moriva, sui monti di Trento, ucciso dalla mitraglia. Il nostro se ne va legandosi una sciarpa al collo.

Andrea è morto a quindici anni. Viaggio ogni giorno su pullman carichi di quindicenni e, vedendoli, ricordo benissimo perché non ho nessuna nostalgia di quell’età. Siamo tutti uguali a quell’età, tutti stupidi, tutti parte del branco dietro a carismatici capi. L’unica cosa che conta è far parte della massa, rientrare ad ogni costo dentro recenti tracciati con il sangue e non subire mai l’onta dell’emarginazione, della derisione, del bullismo.

C’è un romanzo di Stephen King, “Carrie”, che descrive bene le sensazioni e le emozioni di chi viene tenuto fuori dal recinto. Alla fine la protagonista, vittima di uno scherzo crudele, esplode e uccide i compagni di scuola. E se guardate gli identikit degli autori di molte strage scolastiche degli Stati Uniti, vedrete che sono quasi tutti deboli, esclusi, emarginati, che reagiscono nel peggiore dei modi.

La maggioranza degli esclusi si rassegna al destino. Alcuni sviluppano un sentimento d’odio profondo per la società che li circorda, si sfogano accentuando la loro diversità, c’è chi riesce persino a trasformare l’emarginazione in un motivo d’orgoglio. Poi passano gli anni, si cresce, cambia la vita e le prospettive. Ma le tracce di quel passato restano e resteranno per tutta la vita. Altri, invece, non riescono a reggere il peso di una società che non li vuole e arrivano al suicidio.

Non sappiamo perché Andrea se ne sia andato, se fosse un emarginato oppure no. Bisognerebbe entrare con delicatezza nella storia di un ragazzo che si toglie la vita. In queste ore, invece, si è letto di tutto e il contrario di tutto.

Hanno scritto che fosse gay, escluso perché si vestiva di rosa e portava lo smalto, che contro di lui fosse stata creata persino una pagina Facebook per prenderlo in giro. Ne è seguito una giusta reazione di rabbia: marce notturne nelle principali città italiane, profili Facebook colorati di rosa, uno slogan efficace: “Pink different”.

Ma i suoi compagni di scuola, addittati come mostri, si sono ribellati. Andrea era accettato, la sua personalità era molto più complessa di come viene descritta frettolosamente: “Amava il travestimento e il paradosso, ma non era gay. Lo abbiamo sempre rispettato.” Anche la deputata Anna Paola Concia, paladina delle battaglie LGBT, incontrando gli studenti del suo liceo ha dichiarato di aver riscontrato un contesto tutt’altro che ostile alla diversità.

I parenti di Andrea hanno però raccontato un’altra storia. Hanno confermato che il ragazzo non fosse omosessuale (dopotutto definire una persona gay solo perché si vestiva di rosa è assurdo nel 2012), ma amava vestirsi in maniera curiosa e per questo veniva preso in giro, anche pesantemente, fino a creare una pagina Facebook per deriderlo e umilarlo. Suo nonno ha urlato a Repubblica: “Era sensibile, lo hanno schiacciato le calunnie.”

E’ una storia complessa, da cui è difficile trarre un giudizio. Forse la verità sta nel mezzo, forse non era emarginato ma, al tempo stesso, non credo che tutti avessero accettato l’originalità di questo ragazzo. Dicono che a quella pagina, Andrea partecipasse attivamente, con autoironia. Forse però certe battute e certi commenti avevano oltrepassato il segno. Forse non gradiva per niente, quel titolo con il suo nome storpiato al femminile, il suo viso umiliato in quella foto, il commento "Meglio donna che uomo".

Al tempo stesso, resta l’amarezza nel vedere che una persona così coraggiosa da sfidare i pregiudizi pur di essere se stesso, poi sia crollato così. Ma a quindici anni, malgrado un carattere forte, nessuno è una roccia.

Pulita dalle strumentalizzazioni, dai giudizi, dal dolore, dall’indignazione, dalla rabbia, dalla politica, dalle prese di posizioni, dall’ipocrisia, resta la storia di un ragazzo che si è arreso. Senza lasciarci una risposta precisa alla domanda “perché?” ma solo una profonda inquietudine. E tanta rabbia, perché lo sappiamo tutti che domani, passata la tempesta, passata la retorica, passata l’indignazione, i diversi dovranno tornare fuori dai recinti e il sacrificio di Andrea sarà stato inutile.

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