Federico Ammazzalorso
La Fantascienza è adesso
23 Novembre Nov 2012 1312 23 novembre 2012

Il ragazzo dai pantaloni rosa

Ieri un ragazzo di appena 15 anni si è suicidato, ha stretto al suo collo una sciarpa, si è lasciato andare e ci ha lasciato. E' arrivato a compiere questo gesto dopo le continue e quotidiane offese dei propri compagni di scuola, un continuo gioco al massacro per il suo orientamento sessuale, colpevole di portare dei pantaloni rosa.

Chiamatela pure omofobia se volete, anche se io ancora non riesco a capirlo questo termine. Paura dei gay? Paura di chi viene periodicamente pestato a morte? Paura di chi subisce ogni giorno, sotto la nostra indifferenza, violenze psicologiche? A me più che paura sembra odio, perché l'odio è sempre più facile, perché l'amore deve essere corrisposto, l'odio no. Perché l'odio crea facilmente gruppo, si trova un bersaglio e gli si indirizza contro tutto il nostro odio, come se un odio condiviso fosse più giustificabile.

Ma chiudere questa vicenda soltanto in un fatto di omofobia è limitante, si deve puntare l'attenzione anche sull'adolescenza, forse il periodo più delicato della nostra vita, in cui si forma la nostra personalità e non si ha quel vissuto e quelle esperienze per riuscire a sopportare certe offese. Quante volte abbiamo sentito di adolescenti che si tolgono la vita in seguito a situazioni difficili dentro le mura scolastiche? Troppe e non sono sempre casi di omofobia.

Qualche anno fa un ragazzo si suicidò, anche lui perché quotidianamente preso in giro in maniera pesante dai propri compagni, la sua docente alcuni giorni prima gli aveva consigliato di resistere e di non cambiare scuola. Io davvero non capii il consiglio della docente ed ancora adesso non lo capisco. Oltre ai soliti bulli, perché non sono bulli solo quelli che fanno violenza fisica, ma anche, e forse di più, coloro che ne fanno di psicologica, ci sono questi fantomatici professori. Questi docenti che un minimo di nozioni di pedagogia e formazione dovrebbero pur avercela.

Invece no, puntualmente mi chiedo dove fossero quando succedono tragedie simili, erano forse ciechi? Non si erano mai resi conti del disagio di questi adolescenti? Non ricordano minimamente la loro di adolescenza? Forse erano dalla parte “giusta” e vedono tutto come un gioco, forse vedono tutto dalla prospettiva di un adulto che riesce solo a dire “passerà, non è niente, fregatene”.

Ma come si può essere indifferenti a soli 15 anni? Come si può essere indifferenti da soli, emarginati, messi all'angolo su di un piedistallo solo per essere derisi. E nel gioco dell'odio vince sempre chi la dice più grossa, chi riesce a ferire di più. E anche quando torni a casa hai paura di confessare la tua debolezza, la tua fragilità.

I compagni di scuola del ragazzo avevano anche creato una pagina facebook per continuare ad offenderlo, subito dopo la notizia del suicidio si è riempita di messaggi d'odio contro i creatori ed i frequentatori di quella pagina. Un ragazzo estraneo alla vicenda ha scritto che forse era troppo fragile per vivere, che la colpa non è dei suoi compagni. E questo è purtroppo il pensiero di una larga maggioranza: non si può essere fragili, neanche a 15 anni, bisogna incassare in silenzio. Perché se reagisci ti attaccano ancora di più, sei il loro gioco e non puoi essere altro.

In questa società ha sempre ragione il branco, sei tu che ti emargini, mai gli altri. Devi essere sempre tu ad andare incontro al branco, mai il contrario. Viviamo di pregiudizi e siamo sempre prevenuti verso chi non conosciamo, lo giudichiamo da qualche vestito e gesto, poi ci chiudiamo nel nostro gruppo. E' così facile puntare il dito verso il singolo, troppo facile.

Ed i docenti lo sanno bene. Sono sempre loro che entrano in una classe già convinti di trovarsi davanti degli svogliati a cui non interesserà mai nulla di ciò che insegnano, scavalcano completamente l'elemento umano e li giudicano senza la minima cognizione di causa.

Noi siamo la società civile, noi siamo il grande occidente dove un uomo non può mostrare mai la minima debolezza altrimenti è un frocio, dove se una ragazza non si veste come una suora è una troia che non si può mica lamentare se poi la stuprano. Siamo quel gran bel posto dove un etero non riesce a stare neanche qualche minuto con un gay altrimenti “fa che me lo butta giù”, anche quando magari sono dei cessi terrificanti.

Noi siamo quelli che un immigrato fin quando si comporta bene ok, ma al minimo errore ritorna ad essere la feccia che deve togliersi dai coglioni. Però se lo stesso errore lo compie uno di noi bisogna pur capirlo. Il nostro è un mondo in cui puoi pure manifestare, ma mi raccomando non esagerare, in fondo sei solo un hippy del cazzo che tra un trombone e l'altro vuole fare la sua rivoluzione. Potremmo inventare tutte le cose più belle di questo mondo, ma fin quando non saremo capaci di accettare la diversità non saremo neanche bestie, ma qualcosa di peggiore.

Ricordo un giorno in cui stavo camminando con un mio caro amico, incrociammo un ragazzino che lo salutò calorosamente, era uno dei suoi allievi della scuola calcio. Mi chiesi come mai tutto questo affetto nei suoi confronti, mi rispose che quel ragazzino era una delle sue vittorie, e non lo era perché era riuscito a farlo andare in una grande squadra.

Quel ragazzino, che in fondo era ancora bambino, era preso in giro da tutti i suoi compagni, era il loro bersaglio preferito. Il mio amico pensava, e lo pensa ancora, che la scuola calcio debba essere divertimento, così chiamò a raccolta tutti quanti e gli disse che dovevano smetterla di prendersi gioco di quel ragazzino. Da quel giorno smisero di vederlo come il loro gioco ed incominciarono a considerarlo semplicemente uno di loro.

Godere della compagnia degli altri senza avere qualcuno contro cui scagliarsi è forse più difficile, ma dannatamente più bello. Dovremmo puntare all'unione, ad un'evoluzione dell'uomo. Resteremo sempre dei miserabili se continuiamo a preferire la strada facile dell'odio. Bastava poco, davvero poco.

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