Spin Doctor
23 Novembre Nov 2012 1439 23 novembre 2012

Montezemolo, l’Italia molto ferma e poco futura

Doveva essere la novità della settimana, o meglio, della politica italiana. Alla fine è rimasta l’ennesima non-notizia: la non-discesa in campo di Montezemolo.

L’ex leader di Confindustria riunisce a Roma oltre seimila persone per la convention “Verso la terza repubblica”: una bella manifestazione ma comunicativamente ineffabile, rimasta nell’agenda mediatica solo per qualche ora, non per inefficienza dell’ ufficio stampa ma perchè non c’era la notizia, semplicemente.

Il vero tallone d’Achille del progetto montezemoliano è proprio questo: la mancanza di una narrazione chiara e riconoscibile che si sviluppi in un racconto contrassegnato da momenti simbolici e comunicativi in grado di aggiungere ogni volta un elemento in più, un passo in avanti, un’evoluzione narrativa. In sintesi, manca la storia. Il che non è un problema squisitamente comunicativo ma propriamente politico: è il fondamento di qualsiasi proposta politica che voglia risultare credibile, efficace, vincente.

Il progetto montezemoliano sembra privilegiare l’esserci, come se occupare staticamente una posizione nello scacchiere politico sia la condizione sufficiente a rappresentare un polo attrattivo per quel totem elettorale che sono i “moderati”. L’unico elemento di dinamismo si è concretizzato nel valzer del mi candido/non mi candido o del siamo/non siamo un movimento politico.

Quando ha creato Italia Futura Montezemolo aveva davanti a sé uno spazio politico potenziale enorme. Il momento in cui doveva scendere in campo era mentre Berlusconi era ancora al Governo: avrebbe segnato una discontinuità netta con quell’esperienza politica, avrebbe avuto il primato nella corsa a recuperare l’elettorato perduto dal centrodestra, avrebbe potuto impostare un lavoro a lungo termine in grado di essere determinante per gli equilibri politici post 2013. Se non l’ha fatto avrà avuto le sue buone ragioni, per carità. Ma il risultato è che oggi si trova in uno spazio politico molto più angusto, costretto a tatticisimi da vecchia politica, schiacciato su Monti, con un centro sinistra rivitalizzato dalle primarie, Grillo a fare da spauracchio e un elettorato moderato che, a lungo senza punti di riferimento, molto probabilmente resterà a casa, come successo in Sicilia.

Sul piano comunicativo questo moto ondulatorio si è tradotto in una narrazione debole e poco performante. L’esperimento montezemoliano ripropone alcuni elementi dell’epopea berlusconiana, la retorica della società civile/imprenditoriale che vanta una supremazia sul ceto politico, anche se scevra dal rampantismo e dalla forza evocativa del primo Berlusconi. La differenza sostanziale tra i due percorsi è soprattutto sul piano della leadership: il presidente della Ferrari non è l’eroe della sua storia.

Forse proprio per sottolineare la differenza tra se e Berlusconi. Ma non può esserci una storia efficace senza un eroe. Che sia individuale (il leader), che sia collettivo (es. “i comuni cittadini” come nella narrazione grillina) ogni storia deve avere il proprio protagonista. Inoltre la lunga mancanza di obiettivi specifici, in questo caso la partecipazione alle elezioni, rende impossibile sviluppare un racconto, in quanto mancano gli snodi fondamentali su cui costruire il proprio schema narrativo. Questo spiega, ad esempio, le difficoltà di molti preparatissimi esponenti di IF ospiti in trasmissioni televisive, dove evidente era la confusione tra il profilo politico e quello di società civile, facendo apparire la competenza come fine a se stessa senza, cioè non canalizzata verso un punto di arrivo concreto e tangibile.

La vera sfida politica e comunicativa di Montezemolo e della sua Lista per l’Italia doveva essere segnare un cambiamento tranquillo in grado di motivare quell’elettorato moderato ormai disaffezionato ai partiti tradizionali ma che non si riconosce nell’approccio rivoluzionario e comunicativamente violento di Grillo. Ad oggi rimane solo il tranquillo, mentre di innovativo sembra esserci poco.

Sul piano semantico, ad esempio, anche sabato scorso è mancato qualsiasi elemento di innovazione. Lo stesso nome della convention indica una direzione (verso) ma risulta privo di qualsiasi slancio: la terza repubblica evoca un concetto di per sé superato, che resiste forse fra gli addetti ai lavori ma che ai più, soprattutto sotto una certa età, non dice niente. Idem per il manifesto dell’evento o l’Agenda Italia 2013, dove non emerge nessun elemento di rottura o reale diversificazione dall’esistente. Nei contenuti ma soprattutto nella forma: concetti stantii, parole abusate, nessun elemento veramente distintivo da qualsiasi altro partito della seconda repubblica. E forse anche della prima.

Un sondaggio di stamattina dà la lista di Montezemolo, Lista per l’Italia, al 4,8%. Un po’ pochino rispetto alla attese roboanti sul progetto montezemoliano. Ma alla fine, come ogni volta, la verità sarà quella delle urne. Intanto quest’Italia sembra molto ferma e poco futura.

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