L’errore in rassegna
25 Novembre Nov 2012 2134 25 novembre 2012

Tutti parlano di primarie. E se finissero ex aequo?

Per una volta, e credetemi è la prima volta, parlo di politica anch’io. Cinque anni che “faccio” la giornalista e mai una volta che io abbia sfiorato l’argomento. Ma, come si dice, c’è sempre una prima volta. E allora, la politica che voglio raccontare oggi è quella dell’ex equo. Nessuno scoop, nessuna bufala. Ci sarà un vincitore e ci sarà un perdente. Io continuo a non immischiarmi. Volevo solo trovare un cappello introduttivo a tema con la serata. Cos’è l’ex aequo, quindi? O meglio, quali sono le sue origini? È una locuzione avverbiale latina, propriamente (così specifica il vocabolario), dal- ex- giusto- aequo, ablativo di aequus, con sottintendimenti di valore, diritto. Con ex aequo, autori latini come Seneca, Tito Livio e Cornelio Tacito intendevano egualmente, a pari condizioni, alla pari. Significati che, oggi, sono rimasti invariati e vengono usati ogni qualvolta ci sia, ad esempio, un primo posto condiviso. Magari non vi interessa, ma mi piace ugualmente tediarvi con i miei latinismi.

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