Sonar: segnali di mobilità in-sostenibile
27 Novembre Nov 2012 1646 27 novembre 2012

L’impatto delle suocere sulle città intelligenti: un arrosto costosissimo.

Se “le città rappresentano uno straordinario laboratorio per l’applicazione di innovazioni in grado di migliorare la qualità della vita e l’ambiente urbano” e se “il concetto di “Smart City” si sta affermando sempre più come visione sistemica della dimensione sociale, economica ed ambientale a livello urbano” (vedi Working Group Smart Cities - IEFE Bocconi) non va dimenticato che le città sono abitate da persone e che il miglioramento della qualità della vita così come il suo peggioramento dipende in gran parte dalle persone stesse.

Non si può negare che una delle ragioni della popolarità del concetto di smart city stia - oltre che nel trend secondo cui “il messaggio è che siamo ormai tutti smart” come dice Vianello e alle evidenze dell’accentramento demografico urbano di massa - nella attuale estrema facilità di ottenere il “dato”. Ovvero nella possibilità di avere informazioni sempre più diffuse, puntuali, localizzate e soprattutto di metterle a fattor comune per facilitare il pensiero e quindi le (possibili, conseguenti) soluzioni smart che sicuramente mirano a pre-dire anziché a post-agire come (accade ancora oggi e) accadeva in passato.

Cosa emerge da questa disponibilità del dato è che alcune convinzioni comuni possono essere riviste, valutate, amplificate o sminuite. O addirittura alcune nuove possono emergere senza essere state considerate dai vari rapporti intelligenti sulle città intelligenti. Ad esempio, proprio grazie alla diffusione di tecnologie in grado di catturare e comunicare quei dati, ciascuno di noi può fare delle piccole scoperte che possono contribuire alla causa comune di una città migliore, scoperte supportate dalla scientificità del dato e quindi perfette per le menti statistiche che regolano buona parte di questo periodo storico così smart.

Prendete le suocere. Demograficamente non rientrano in nessuna categoria (anzi, mi piacerebbe chiedere l’opinione della professoressa Di Cristofaro Longo sul ruolo antropologico della suocera nella società italiana) e quindi il loro impatto sulla città intelligente non appare da nessuna parte, in nessun report, in nessuna statistica. Nella mia veste di crowdsourcer ho installato un sistema di monitoraggio dell’energia. I due grafici che riporto qui sotto rappresentano il monitoraggio dei consumi elettrici di casa mia nelle due giornate tipo: senza e con suocera ospite. La differenza è evidente e sistematicamente ripetuta nel tempo in modo da rappresentare un piccolo campione.

La suocera sembra lanciarsi su interruttori, elettrodomestici, telecomandi con una furia capace di raddoppiare i consumi come se la disponibilità energetica del pianeta fosse la stessa (immaginata e sconosciuta) del secolo scorso. E lo fa nel suo ruolo di suocera, non di nonna o di madre (decisamente più parca e attenta ai consumi). Ovvero, in quel ruolo ben preciso in cui prende possesso della tolda di comando di una nave e dice la fatidica frase: barra a dritta, macchine avanti tutta. Che dio benedica le suocere di questo pianeta, la loro disponibilità di tempo, il loro alleviare una serie di pene del logorio della città moderna.

Ma è innegabile che un certo atteggiamento tipico: “ma come sei magro/a”, “ma questa camicie non sono davvero bianche”, “ma queste posate sono piene di aloni” (da tradursi in impatto: “più fuochi accesi/più forni a 250°”, “più ri-cicli di lavaggio”, “più lavapiatti a mezzo carico”) sia la premessa a quello che poi i due grafici innegabilmente dimostrano. Visto che idealmente il numero delle suocere è destinato ad aumentare (siamo il Paese più vecchio d’Europa e il nostro tasso di divorzi – molto probabimente incrementato anche da questo mio articolo – è in crescita con conseguente conquista delle tolde delle abitazioni incustodite dei divorziati) il problema da piccola curiosità, assume una sua dignità scientifica che ci pone davanti a dei temi un po’ più significativi.

Primo che siamo ignoranti e che uno degli effetti positivi del movimento che sta alla base delle delle città intelligenti è sicuramente quello di avere i mezzi per conoscere di più. Ad esempio i comportamenti di soucere, badanti, amici, eccetera incrociati con le stagioni e la posizione geografica possono, se messi in pasto a qualche software di analisi, darci insight inaspettati su come, dove, quando e anche perché alcune cose accadono.

Secondo che la parola chiave è “consapevolezza”, ma dobbiamo renderci conto che nella maggioranza dei casi si tratta in realtà di una ben più subdola auto-consapevolezza. Non esiste un grande vecchio o un complotto che regoli i disastri del pianeta. La maggiorparte di quei piccoli o grandi disastri dipende da noi e dal nostro comportamento attivo o passivo. Ad esempio, permettendo alle suocere di smanettare a danno del nostro contatore o permettendo a chi gestisce la cosa pubblica e privata di non preoccuparsi degli impatti sul pianeta del nostro stesso stile di vita. E qui siamo due volte responsabili.

Terzo che ci sono un sacco di credenze comuni che forse possiamo rivedere e che, ancora, coinvolgono le persone o i cittadini, sia nel ruolo di colpevoli sia in quello di beneficiari. Non voler sapere le conseguenze delle nostre azioni e credere a tutto quello che ci dicono non è più coerente con il dichiararci “smart”. Il beneficio di capire come davvero le cose accadono (e fare la nostra parte perché generino ricadute positive per noi e per gli altri) è un buon punto di partenza per essere “smart” senza una gran prosopopea.

Infine, sarebbe riduttivo non citare il fatto che l’idea di “città smart” attira attenzione perché attorno a questa idea si accentrano ingenti (veri o presunti) finanziamenti. La Commissione Europea ha deciso in questo decennio di mobilitare direttamente e attraverso investimenti privati 10-12 miliardi di Euro a favore del progetto Smart Cities and Communities. Anche Il Governo italiano ha avviato una linea di finanziamento in questo ambito e prevede di mettere a disposizione fino a 2 miliardi di Euro.

Il rischio è che vadano in fumo se non si educhi a una cultura “smart” dell’auto-consapevolezza intendendo con questo il poter immaginare nuovi modi di affrontare la gestione dei grandi temi delle città interpretando in modo intelligente i dati prodotti dal mare di tecnologie a disposizione. Tutto questo perché quando il fumo si dovesse dissolvere sulle città intelligenti (in un cloud?) non resti nient’altro che l’arrosto di mia suocera (costato 20KWh a me, ma anche a tutto il pianeta).

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