Bestie e Sovrani
27 Novembre Nov 2012 0734 27 novembre 2012

Zettel programma di filosofia di Rai Scuola: un'intervista al suo conduttore, il professor Maurizio Ferraris

Maurizio Ferraris è professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l'Università di Torino, e filosofo di fama internazionale. Tra i suoi libri recenti più rilvevanti ricordiamo, almeno, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce (Laterza, 2009) e Manifesto del nuovo realismo (Laterza 2012). Da qualche tempo è anche conduttore di "Zettel" programma di filosofia di Rai Scuola: Zettel dura mezz’ora, e va in onda tutti i martedì alle 4:00, 8:00, 12:00, 16:00, 20:00, 24:00, all’interno di una fascia culturale che si chiama Nautilus e comincia mezz’ora prima presente sia sul digitale terrestre (in genere, il canale 146) sia sul satellite ( Sky, il canale 806)

Pubblichiamo una breve intervista a Ferraris sulle sue ricerche, e sul suo lavoro come divulgatore e come conduttore della trasmissione.



LC: Qual è il rapporto tra filosofia e comunicazione?

MF: Un rapporto intrinseco, e non estrinseco. La medicina potrebbe continuare a curare le persone anche se nessuno sapesse che cosa fanno i medici. Ma immaginiamo una filosofia che consistesse soltanto in circoli ristretti che si riuniscono in segreto per discutere argomenti comprensibili solo a loro (e magari solo ad alcuni di loro, mentre gli altri fanno soltanto finta di capire). Assomiglierebbe più a una adunata di druidi che non a un sapere. Se dunque per una scienza come la medicina la comunicabilità è un supplemento utile (perché è bene che le persone sappiano cosa si possono aspettare dalle cure mediche e perché la cultura generale sia aggiornata sullo stato del sapere medico) per la filosofia è più che un supplemento, è un elemento costitutivo della sua stessa identità.


LC: Ci parli del caso di "Zettel" che conduci per Rai Scuola?

MF: Il programma nasce dall'idea di tre filosofi, Silvia Calandrelli, che dirige Rai Educational, e Gino Roncaglia e me, che siamo degli accademici. E nasce dalla constatazione della popolarità della filosofia nella cultura contemporanea, una situazione molto diversa da quella di trent'anni fa, quando ho incominciato a fare questo lavoro e in cui a volte si aveva l'impressione che la filosofia fosse proprio un incontro tra druidi. Il programma, che va in onda sul canale 146, lo realizzo con altri due filosofi, Mario De Caro in studio con me e Achille Varzi che ci manda delle "cartoline" dalla Columbia University di New York.

Si tratta di trasmissioni tematiche, dunque un po' diverse dal modo prevalentemente storico in cui la filosofia è insegnata in Italia, con molti esempi, discussioni, inserti (video, musica) per far vedere quanto la filosofia abbia a che fare con la cultura e con la vita di tutti i giorni. Il tutto è, se posso dirlo visto che il merito non è mio, ma del regista Piccio Raffanini, molto veloce e molto curato dal punto di vista estetico. Insomma, sarà anche che la filosofia, come nei versi di Petrarca, deve essere "povera e nuda", ma non sta scritto da nessuna parte che deve essere brutta. Può almeno cercare di essere bella.
Il titolo, "Zettel", "foglietti", cita il titolo di un'opera di Wittgenstein, ma suggerisce anche un riferimento al fatto che si tratta di fogli d'album, o più modernamente di "post it". Ogni trasmissione dura meno di mezz'ora, ma è suddivisa in piccoli blocchi (o appunto post-it) di 3-5 minuti massimo: monologhi, lezioni lampo, dialoghi, interventi di ospiti esterni (ci sono passati praticamente tutti i filosofi e le filosofe italiane). Questo non per la tirannia dei tempi televisivi, ma per rendere possibile una fruizione a più livelli, di impegno e di tempo. Adesso abbiamo iniziato anche degli speciali, più lunghi, il primo sull'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, prossimamente ce ne sarà un altro sul realismo. Ma l'unità minima, l'atomo di Zettel è sempre il post-it di 3-5 minuti.
Questo anche perché la trasmissione è fatta in tv ma è pensata per il web, che ormai è il destino naturale di tutto ciò che passa in video. E questa, credo, è un'altra novità del programma rispetto ai suoi omologhi tedeschi o francesi. Anche il modo in cui la trasmissione usa Facebook (come sede per le discussioni sulla puntata settimanale, ogni volta moderate da un dottorando esperto della materia) è credo abbastanza innovativo, così come lo sono i magazine per tablet e gli speciali sul portale (ad esempio l'ultimo numero di Zettel trasmissione televisiva, dedicato al concetto di possibilità, è qui mentre quic'è lo speciale web con contenuti aggiuntivi, qui la discussione - che ormai si sta trasferendo sul tema della puntata successiva, dedicata al gioco)

LC: Che rapporto c'è tra le tue ricerche sul realismo e la tua attività come divulgatore televisivo?
MF: C'è un progetto politico comune. La televisione - come tutti i media - nella stagione del postmoderno è stata spesso considerata (e non sempre a torto) la sede di un illusionismo che uccide la realtà, commettendo il "crimine perfetto", come suggeriva, con tipica iperbole filosofica e ancor più tipico furor gallicus, Jean Baudrillard, che si era spinto sino a sostenere che la guerra del golfo era una costruzione televisiva. Di certo, è nella televisione che si sono prodotti non soltanto i Reality, che sono la cosa più distante dal reale che si possa immaginare, ma un fenomeno che la responsabile delle pagine culturali di Repubblica, Valentina Desalvo, ha battezzato con un termine pregnante, "Realitysmo", il fatto che la realtà si mescoli con la finzione in modo tale che le due dimensioni risultino indistinguibili. Pensa a quei programmi tipo "Voyager!" in cui prima ti viene data una informazione scientifica corretta, che so, che il sale è cloruro di sodio, e poi vien detto (l'ho sentito con le mie orecchie) che se uno prova fastidio a mettersi la cravatta è perché in una vita precedente è stato impiccato; ipotesi un po' meno attendibile del dato sul cloruro di sodio, e che comporta quantomeno un presupposto molto impegnativo, la metempsicosi.
Allora, fare della televisione un veicolo della realtà, come del resto è stata all'origine, quando la Rai ha promosso inchieste coraggiose in cui si trattava di descrivere il paese per come era. Ricordo i TV7, i magazine settimanali di quando ero bambino, e non posso ricordare il Viaggio lungo la Valle del Po alla ricera dei cibi genuini di Mario Soldati perché è del 1956, l'anno in cui sono nato.
Ovviamente, non pretendiamo di far conoscere i cibi genuini attraverso una trasmissione filosofica. Quello che facciamo è dare conoscenza (possibilmente vere) e cercare di dare un'immagine fedele di come avvengono le discussioni filosofiche, ossia quella attività di "negoziazione concettuale" (secondo la definizione del filosofo Roberto Casati, uno degli ospiti più fedeli di Zettel) che trova nella filosofia una specie di formalizzazione e istituzionalizzazione, ma è onnipresente nella vita delle persone, almeno quando cercano di risolvere dei problemi in maniera pacifica.
Da questo punto di vista, sento che quello che faccio con i miei colleghi a Zettel è il naturale prolungamento di quello che facciamo a lezione o nei seminari e nei convegni, ovviamente cercando di essere chiari come a lezione, ma anche non banali come nei convegni. E' un formato in cui mi sento a mio agio, nel senso che di mestiere faccio il professore (ossia il divulgatore). In altri casi, penso ad esempio ai talk show, trovo che il filosofo si trovi in una posizione essenzialmente impropria, visto che il formato richiede argomenti (o simil-argomenti) brevissimi e schematici, che sono proprio il contrario dello specifico filosofico.

LC: Su quali temi ti piacerebbe focalizzere una futura edizione di Zettel? E cosa ti piacerebbe "cambiare" o ampliare del programma?
MF: Vediamo intanto se prosegue, comunque aver fatto 40 trasmissioni è un motivo di cui credo tutti possiamo essere fieri. Anche perché si è creato un clima di lavoro in cui mi trovo molto bene. Ho detto della cura e della passione del regista, che del resto è anzitutto un uomo di cultura, diciamo un regista all'antica. Ma, tanto per fare un esempio, la settimana scorsa ho organizzato a Roma un convegno sul realismo, era venuta una troupe di Zettel per fare delle interviste ai relatori in vista dello speciale sul realismo, e la produttrice di Zettel, Giosi Mancini, ha seguito tutte le conferenze (tranne ovviamente quando doveva coordinare le interviste). Non sono sicuro che alcuni miei colleghi abbiano lo stesso interesse per la filosofia.
Mi piacerebbe proseguire ampliando la portata internazionale del programma. La filosofia è intrinsecamente cosmopolita ed è sempre più globalizzata, i filosofi più giovani sono molto a loro agio nel formato televisivo, e poi ci sono dei decani come Searle e Putnam che sanno essere straordinaramente chiari. Abbiamo intanto incominciato con loro, già nella seconda serie di Zettel, sarebbe bello proseguire facendo di Zettel appunto la sede di una filosofia globalizzata, o, per non darsi troppe arie, un programma che rende conto della dimensione globalizzata della filosofia.
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