Pirates! Not the Navy!
28 Novembre Nov 2012 1202 28 novembre 2012

Il recupero della Cultura come leva di cambiamento

Di Andrea Urbinati

L’argomento in questione, posto in essere dalla necessità di tornare a ristabilire un senso di civiltà orientato a migliorare la Società in cui si vive, deriva da un ragionamento riguardante il declino culturale in cui il nostro Paese gravita.


Quando scrivo la parola Cultura, intendo tutto quel bagaglio di conoscenze, di tecniche e di saperi che rendono critiche, ancor prima degli Stati, le persone. La filosofia liberale mi insegna che proprio lo Stato è una somma di individui, con un pensiero critico ed una ragione, che individualmente esprimono le loro tesi. Il peggioramento del livello culturale, oggi, è derivabile principalmente da un sistema politico che ha affossato le teste degli individui sotto una cupola dis-informativa costringendoci, tutti, a non riflettere più in modo ragionevole sui fatti che avvengono e calpestando costantemente ciò che tanto ci contraddistingue dagli animali: l’avere un Pensiero Critico.


Ad avvalorare la mia tesi è il graduale declino di valori etici e morali, sminuiti dallo stesso sistema politico che li costringe al costante logorio e parallelamente affossa l’individualismo che spetta a ciascuno di noi. Il problema è come riuscire a recuperarli cercando di ritrovare quella ragionevolezza di cui tanto oggi avremmo nuovamente bisogno. E’ risaputo da sempre che gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione rendono grande un Paese, soprattutto da un punto di vista culturale, perché permettono l’arricchimento di quelle tecniche e di quei saperi che formano il famoso bagaglio di conoscenze prima enunciato.


Nella situazione in cui oggi ci troviamo sappiamo bene quanto siano indispensabili i sopracitati investimenti, ma anni di politiche sbagliate hanno ridotto l’Italia ad una costante insostenibilità economica. Ora investire e, soprattutto, trovare dei finanziatori che investano è cosa assai ardua. La problematica, letta nel contesto allargato della globalizzazione economica, rimane sempre e comunque una priorità da risolvere nel nostro Paese, ma che, secondo me, deve essere subordinata all’affermazione dell’Italia in un sistema comunitario unico. Per raggiungere l’obiettivo è prioritario rispondere ancor prima ai mercati che ai cittadini. Sono consapevole di quanto questo pensiero possa essere sgradevole, ma se i nostri politici non ci avessero portato quasi al default, oggi non parleremmo di crisi come problema, ma di crisi come ulteriore opportunità di crescita.


Quindi, il nostro sistema politico, che ci ha rappresentato fino ad oggi, è stato un antagonista del Paese. Esso va condannato e ne va ricreato uno nuovo che possa essere da esempio per tutta la Società e che possa permettere il recupero di quei tanto amati valori e di quei necessari saperi. Un ulteriore contributo deve essere dato da ognuno di noi, sforzandoci di uscire da quella sopracitata cupola dis-informativa e cercando in tutti i modi di riscattare la nostra ragione.


Una volta risolta la situazione nel contesto economico allargato, rispondendo in modo efficiente e concreto ai mercati, allora potremo iniziare a risolvere anche i problemi interni. Nella fattispecie bisognerebbe ripristinare l’idea di Stato, perché in questo momento non può definirsi tale. Quando parlo di Stato intendo sempre la nostra classe dirigente politica. Quest’ultima infatti non ha mai dato un buon esempio di cultura. Essa, come già anticipato in precedenza, non ha mai investito in ricerca e innovazione. Al contrario, ha intascato ciò che ci apparteneva e senza neanche offrirci un minimo di servizio che possa definirsi efficiente. Gli imprenditori, che tanto oggi vengono odiati, sono stati spremuti fino alle ossa e costretti, per colpa di una tassazione tanto elevata, a ridistribuire i propri utili sotto forma di dividendi, piuttosto che reinvestirli e talvolta costretti ad evadere il fisco. Con lo scoppio della crisi, il problema si è amplificato attraverso le delocalizzazioni e i licenziamenti. Ora l’economia del Paese ne sta pagando le conseguenze.


Decisioni integrative all’abbassamento della tassazione, in modo tale da garantire un ricircolo dell’economia stessa, dovrebbero essere accompagnate da un ridimensionamento della trasparenza sociale. Le autorità di regolazione, e allo stesso modo le fondazioni bancarie, dovrebbero essere rese autogestibili e indipendenti da influenze partitiche, cioè dagli stessi politici che ne nominano i vertici. Così facendo, la sopracitata trasparenza di alcune azioni e di decisioni avrebbero un peso sociale non irrilevante. Un passo ulteriore sarebbe quello di modificare il modus operandi del sistema giudiziario in modo tale da rendere più veritiere e ragionevoli le sentenze emesse. Internet dovrebbe essere utilizzato come strumento di divulgazione informativa di massa e le televisioni e i giornali dovrebbero giocare un ruolo da protagonisti al fine di far convergere tutta questa discussione nell’unico obiettivo dell’onestà intellettuale.


Ripristinare la Cultura nel nostro Paese come spinta propulsiva al Cambiamento è fondamentale per perseguire il miglioramento della Società e di noi stessi, in quanto individui ragionevoli e critici.

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