Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
28 Novembre Nov 2012 1615 28 novembre 2012

Qualche considerazione sul teatro veneziano

Non c’è solo l’acqua alta, a Venezia, in questo mese. È interessante scoprire una città che, piano piano, sembra scuotersi da atavici torpori e ritrovare una vivacità notevole in termini di proposta di spettacoli e cultura. E nonostante le recenti stime del “Sole24ore” sulla qualità della vita, che vedono Venezia al 34esimo posto per quel che riguarda l’offerta di spettacolo, a fare un giro tra i teatri della zona si rischia di rimanere sorpresi. Tanto più, poi, se si immagina Venezia in un territorio un po’ più articolato: in effetti, viste le distanze, ci vuole meno tempo andare a Mestre, Padova o Vicenza che a Roma, da Boccea al Prenestino.
Ma insomma Venezia - tra Biennali, musei, mostre - sembra proprio che voglia recuperar terreno, e ricandidarsi a capitale culturale italiana. C’è anche chi la vorrebbe, con il Nordest, capitale europea della cultura per il 2019: una candidatura che è stata oggetto di discussione in un rutilante meeting, chiamato "Salone Europeo della Cultura", organizzato solo pochi giorni fa con ospiti illustri e prodotti di design messi in bella esposizione.
Ma al di là dei proclami e delle belle intenzioni, c’è chi lavora quotidianamente per una proposta concreta di spettacoli di qualità. È il caso di Fondamenta Nuove (www.fondamentanuove.it), teatrino vivacissimo, da sempre aperto alla migliore creatività internazionale e alla molteplicità dei linguaggi, sia jazz, danza d’autore o teatro di ricerca. In questi giorni, ad esempio, lo spazio diretto da Enrico Bettinello apre un intrigante affondo multidisciplinare sul tema del corpo: "Who’s who? - Identità plurali e cose del genere…" questo il titolo di un piccolo ma interessante percorso in tre tappe su un tema quanto mai scottante e, purtroppo, drammaticamente attuale in quanto irrisolto. Le questioni identitarie, di genere, che sono profondamente politiche, vengono declinate dagli artisti coinvolti con modi e stilemi diversi: ne scaturisce un curioso puzzle di pensiero critico messo in spettacolo, i cui capisaldi sono interpretati – nell’arco di una decina di giorni – da Teatro delle Moire di Milano, Teatri di Vita di Bologna e Kronoteatro di Albenga. Tre spettacoli diversi, dunque, che attingono alla performance o al teatro danza come alla drammaturgia caustica e surreale di un autore quale l’argentino Copi. Se le Moire, con Never Never Neverland, giocano tra abiti vintage e travestimento, per un impossibile ritorno all’infanzia; il regista Andrea Adriatico guida invece i suoi Teatri di Vita in un irriverente attraversamento transgender nell’ormai classico L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi che vede in scena, insieme ad altri, Eva Robin’s, Anna Amadori e Olga Durano. A chiudere la rassegna “Who’s who” sarà il gruppo Kronoteatro, già finalista al premio Retecritica: al centro dello spettacolo Pater familias le dinamiche relazionali tra padre e figlio, tra singolo e gruppo in un crescendo di tensione e morbosità al limite del sadomaso e della distruzione.
Al di là del valore dei singoli spettacoli, è interessante notare che – ricorda il direttore Bettinello - «L’iniziativa rientra nella Rete READY, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere»: insomma, un modo intelligente di fare politica sociale attraverso il teatro.
Ma a Venezia si avvertono i segni della cura voluta da Alessandro Gassmann per il teatro Stabile. In giro per i teatri del territorio ci sono le recenti produzioni, tutte di autori italiani: L’infinito di Tiziano Scarpa, con la regia e l’interpretazione di Arturo Cirillo; Wordstar(s) di Vitaliano Trevisan, con la regia di Giuseppe Marini; e Oscura Immensità, tratto da un testo di Massimo Carlotto, messo in scena dallo stesso Gassmann. Insomma, un segnale in controtendenza rispetto ai tanti classiconi, al tanto repertorio, all’usato garantito che si vede nelle sale italiane.
Ma Venezia non si ferma qua. Al teatrino di Santa Marta è in scena la brava Giuliana Musso, nell’ambito della stagione dell’Università Ca’ Foscari, con il nuovo lavoro: La fabbrica dei preti, indagine e racconto sui seminari italiani degli anni Cinquanta. E poi, ovviamente, c’è la Fenice: che ha aperto in modo scintillante, rendendo omaggio a Verdi e Wagner: Otello e Tristan und Isolde, diretti con la consueta eleganza e verve da Myung-Whun Chung, con la regia, rispettivamente, di Francesco Micheli e di Paul Curran. Se a tutto ciò si aggiunge che da quasi un mese ha aperto, in centro, anche il secondo cinema veneziano, addirittura una multisala, Venezia comincia a sembrare quasi una città normale. A parte l’acqua alta...

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook