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28 Novembre Nov 2012 1509 28 novembre 2012

Veneto: ma quale indipendenza, il punto è il residuo fiscale

Il Consiglio regionale del Veneto sta discutendo in queste ore l’eventualità di indire un referendum per l’indipendenza della regione dall’Italia. Popolo, identità, storia e tradizioni sono le peculiarità da cui prendono le mosse i proponenti, tra cui anche forze politiche che non trovano rappresentanza in Consiglio. Tuttavia, riproporre i medesimi temi di 15 o 20 anni fa in un contesto cambiato a livello globale è come tentare di aggiustare un iPad con una chiave inglese. Anche perché è sul campo fiscale la vera partita che il Veneto dovrebbe giocare.

«Se un referendum per l’indipendenza del Veneto fosse legalmente possibile, voterei sì», ha detto chiaramente il presidente Luca Zaia, stamani in aula in via del tutto eccezionale, accolto dagli applausi dai banchi della Lega Nord. I consiglieri leghisti, appoggiati dagli indipendentisti e dal rappresentante di Federazione della Sinistra Veneta, hanno argomentato la richiesta di referendum con riferimenti al diritto all’autodeterminazione dei popoli sancito dall’Onu, all’identità e ai valori veneti da salvaguardare, alla storia millenaria della Serenissima e alle tradizioni che dovrebbero contraddistinguere il Veneto - e soprattutto i veneti - dal resto d’Italia.

Le motivazioni esposte, pur se apparentemente nobili, nulla hanno di peculiare rispetto al resto d’Italia. Un piccolo esercizio di sguardo a volo d’uccello sull’Italia è sufficiente per notare quanto siano poco differenti le storie, le identità, le tradizioni e i valori di ogni regione, provincia o comune, ogni territorio o comunità di persone che abitano la penisola. Neppure le lingue dialettali, pur diverse tra loro, possono essere prese in considerazione come elemento di differenziazione. Tutti, salvo pochissimi casi (alemanni, cimbri, carinziani, croati, grecanici e albanesi) derivano dal latino. veneto compreso.

E allora? Usare questi argomenti è come pretendere di riparare l’iPad con la chiave inglese. Non si risponde alle sfide della globalizzazione con parole come popolo, identità, tradizione. Il Veneto ha bisogno di interdipendenza più che di indipendenza. Le trasformazioni legate alla globalizzazione economica e finanziaria, l’emergere di dinamiche sovranazionali sempre più condizionanti lo sviluppo dei singoli territori, il confronto tra macroaree economiche e demografiche di scala mondiale (Stati Uniti, Cina, India, Brasile, Sudafrica, Russia, Sud est asiatico), rendono il concetto di “sovranità”, così come lo abbiamo conosciuto, sempre più incapace di offrire risposte, in una parola, insufficiente. Inoltre, il “popolo veneto” è una realtà dinamica, sia nei suoi tratti culturali che in quelli demografici. E’ sempre più una comunità di differenze, continuamente alla ricerca di sintesi civica. E’ una pluralità di modi di essere, di abitudini, di interscambio fisico e virtuale, di contaminazioni che hanno bisogno di un disegno che guardi a ciò che unisce più che a ciò che separa. Infine, veneti sono sì i cittadini, ma anche gli oltre 480 mila stranieri residenti, pari a circa il 10% della popolazione, che nella regione vivono, lavorano e soprattutto pagano le tasse.

Sorprende che da parte dei proponenti la mozione di referendum non sia stato fatto neanche un cenno al tema fiscale, l’unico vero punto di macro divergenza tra il Veneto e il resto del Paese. Come ha felicemente spiegato qualche giorno fa il costituzionalista Mario Bertolissi, nonostante sia principalmente la compartecipazione fiscale a determinare il patto civico tra cittadino e Stato, la fedeltà fiscale in Italia ha intensità molto differenti a seconda dei territori presi in esame. Una mappa tracciata dalla Corte dei Conti nel 2009 indica nel Sud e nelle Isole le aree dove l’evasione Iva e Irap è doppia rispetto a Nord Ovest, Nord Est e Centro. In base ai dati rilevati da enti e istituti differenti come la Corte dei Conti, l’Istat e vari centri di studio accademici, il Nord Est è l’area del Paese dove la fedeltà fiscale è più alta.

Dunque è possibile, secondo Bertolissi, ribaltare il concetto di indipendenza. Chi paga le tasse e le istituzioni che non sperperano il denaro pubblico stanno dentro la Repubblica, gli altri ne restano esclusi o per lo meno vengono annoverati al rango di debitori. Se si prendono in esame evasione fiscale, corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche, ci sono intere aree del Paese in cui il distacco dalla Repubblica è nei fatti. Pur salvaguardando la solidarietà, è possibile introdurre il principio di responsabilità e stabilire che le regioni con residuo fiscale attivo si facciano carico verso le altre di imporre vincoli di qualità e destinazione della spesa che deve essere orientata allo sviluppo e alla crescita, non all’assistenza. Così come avviene in Europa, anche in Italia le Regioni o gli enti che contribuiscono attivamente alla fiscalità del paese, devono poter stabilire le condizioni in base alle quali continuare a prestare la propria solidarietà. Appare inevitabile una salutare cessione di sovranità da parte delle Regioni o enti con residuo fiscale passivo a favore delle prime.

In conclusione, alle sfide della globalizzazione non si risponde con le “piccole patrie”. Le strade per affrontare il futuro sono l’esercizio dell’autonomia responsabile nelle “comunità territoriali”, il compimento del progetto Europa e una “rivoluzione post-nazionale” che conduca all’Unione Federale Europea.

Signor Rossi

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