Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
29 Novembre Nov 2012 1126 29 novembre 2012

Cambi di regime. Berlusca è moribondo e io non mi sento troppo bene...

“Scrissero cose atroci e non se ne pentirono”. Questo potrebbe essere l’epitaffio da scolpire sotto il monumento collettivo di alcuni intellettuali italiani. Il monumento ai soliti noti. Leggere, ad esempio, le atrocità sulla Prima guerra mondiale da parte di Ardengo Soffici e Filippo T.Marinetti, non solo prima ma anche durante o dopo “l’inutile strage”( come se ce ne possano essere di utili) nonostante tutti quei corpi squartati sul Carso. Oppure rileggere i dossier alla Ruggero Zangrandi o alla Mirella Serri dopo la caduta del fascismo sui “cinismi scontati e scambievoli di capi e leccapiedi italiani mutevoli”(Arbasino).

Ma solo alcuni non se ne pentirono: i più sfrontati, i più estetici, gli ebbri dannunziani a oltranza. Gli altri fecero finta di non averle scritte alcune enormità. Non se ne pentirono semplicemente dimenticandole. Rimuovendole. Io? Ma stiamo scherzando, non è da adesso che sono stato critico, non è da ora che suono l'allarme, non ho certo aspettato la sua caduta per mettere in guardia...

Siamo alle solite. Non si è ancora del tutto spenta la polemica sul Cinghialone di Hammamet che già si vede un'altra statua vacillare sul piedistallo. E allora chissà chi sarà il più veloce a ricostruire il dossier sul servilismo e sul versipellismo degli intellettuali italiani alla caduta definitiva del Sire di Arcore...

Il fenomeno è noto. Non è il solito “usignolo dell’Imperatore”, il vezzo di compiacere con trilli di penna il potente di turno, spesso è una vocazione sorgiva e aurorale, spontanea e incondizionata, all’obbedienza, alla volontaria servitù intellettuale. In cambio di doviziosa mercede, ovviamente, meglio se di qualche Mercedes.
E di contro non si tratta tanto di pretendere atteggiamenti “protestanti” o irriverenti sempre e comunque verso chi comanda, basterebbe che si vedesse una normale tensione verso la verità, un rapporto aperto e problematico con la realtà, la sincerità dello sguardo, l’azzardo di poterci perdere (economicamente ) nel difenderle la moralità e la verità.

Invece, si aggiungono epicicli ad epicicli di argomentazioni, si sa. Del tipo “La polta è dappertutto. Allora meglio questa che mi dà da vivere“. Oppure: “Gli altri non sono migliori di noi”, o anche: “Mi hanno dato un posto nel sottogoverno in cambio dei miei servizi intellettuali. Embeh?! Chiunque al mio posto si sarebbe comportato allo stesso modo!”. Anche quando davanti al saturnismo e alla satiriasi del capo si sono cercati con sconvolta erudizione esempi storici risalenti a Sardanapalo, anzi di più o di meglio, a Kennedy, a Martin Luther King, prendendo due piccioni con una fava: l’esultanza teppistica di dileggiare dei monumenti pubblici e l'obbedienza esibita nel sostenere le ragioni del Capo (che chissà se mi leggerà, chissà se mi sta vedendo in questo momento in tivù come lo sto difendendo bene!). E poi una spruzzatina di superiore sapere storico, intellettualmente sgamato. “Noi s’è letto Machiavelli: da sempre la morale è subordinata alla politica, tranne che nel vostro tisico e arcigno azionismo”.

No, non siete migliori di noi, voi. C’avemo tutti la rogna. Meglio questo puzzone che ci garantisce Mercedes refrigerate in estate e bagnetti caldi tropicali in inverno. Anche a costo di dire che la puttanella di turno era la nipote di Menelik, come in un film di Totò, non curandosi nemmeno della ricezione della battuta, confidando nel cinismo collettivo. Che immancabilmente c’è. Perché noi s’è visto “I mostri” di Dino Risi, li conosciamo gli italiani, li prendiamo per il loro verso, mica come quei cattolici comunisti che li vorrebbero diversi o addirittura migliori. Loro! Sempre pronti a fare le paternali coi loro vizietti privati e le loro pubbliche virtù. Bernard de Mandeville sei tutti noi!

Ma ecco che alla caduta dei primi calcinacci si scorge una certa ansia soprattutto in quelli dotati di antenne speciali. Una lenta strategia di avvicinamento verso altre sponde, slittamenti impercettibili e progressivi verso il centro oppure no, un silenzio siderale e un tattico star fermi, immobili come i ramarri, in attesa delle pieghe che può prendere il reale. Non si sa mai. Però è meglio, tacitamente, preparare dossier con documentati “heri dicebamus”, potrebbe giovare se la congiuntura subisse accelerazioni impreviste.

Ma all’appressarsi del precipizio ecco il prurito, la sottocutanea voglia di cancellare le proprie tracce più compromettenti in un "Paese senza" memoria da sempre, o disposto a perdonare per farsi perdonare, ma soprattutto per perdonarsi. Un cupio absolvi reciproco sarebbe la cosa migliore. Voi avete detto la vostra e noi la nostra. Amici come prima. E avanti un altro giro.

Tutto, tranne tenere i conti con quella cosa complicata e fastidiosa che è un “Io”.
E poi, noi da tempo s'è deciso di vivere, non di filosofare.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook