Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
1 Dicembre Dic 2012 1414 01 dicembre 2012

Barebacking, quelli che odiano il preservativo

Oggi è la giornata mondiale per la lotta all’AIDS. Una lotta che, negli ultimi anni, ha registrato notevoli vittorie: secondo i dati ONU, dal 2005, i morti sono calati del 22%, gli infettati del 17%. Nel 2001 erano stati colpiti dal virus tre milioni di persone, nel 2010 quasi un milione in meno. Alle Nazioni Unite si parla ottimisticamente: l’obiettivo “zero nuove infezioni” potrà essere raggiunto nei prossimo dieci anni.

La trasmissione sarà interrotta il primo possibile” è anche lo slogan che ha scelto il Ministero della Salute al posto dello storico “se lo conosci lo eviti”. Anche il dicastero italiano crede, quindi, che potremmo azzerare presto le infezioni. E’ significativo che, anche se il Ministro Balduzzi sia un cattolico praticante, lo spot parli esplicitamente dell’uso del preservativo. Appena vent’anni fa, un’altra cattolica che guidava però l’Istruzione, Rosa Russo Iervolino, iscenò una polemica rimasta celebre, su un fumetto di Lupo Alberto diffuso nelle scuole, che invitava i ragazzi a proteggersi quando fanno l’amore.

Il preservativo rimane l’arma più potente e pratica contro le malattie sessualmente trasmissibili, l’unica forza davvero in grado di fermare la peste del Duemila. Ma negli ultimi anni si è andata diffondendo una sottocultura, nascosta e politicamente scorretta, che mira a minimizzare la minaccia dell’AIDS e a diffondere campagne per la "liberazione" dal condom.

E’ la pseudo-filosofia del barebacking, che letteralmente significa “cavalcare a pelo, senza sella”. Nata a San Francisco, negli anni Novanta, diffusa in maniera trasversale fra gay ed eterosessuali, il barebacker rivenda con orgoglio il fare ogni tipo di pratiche sessuali, in genere occasionali, senza impiegare alcun tipo di protezione.Il ritorno” – si può leggere su Internet –“ad una sessualità naturale, senza freni, senza limiti, senza alcun tipo di barriera, anche minima e invisibile, con l’altro.”

Molti barebacker sembrano tutt’altro che consapevoli dei rischi che corrono. Leggendo i loro forum e i loro siti, si resta sconcertati dalla superficilità di molte frasi: basterebbe andare con “brave ragazze” (o “bravi ragazzi”) o con “persone normali” per evitare le malattie. Come se l’AIDS fosse un problema limitato al mondo della prostituzione o della tossicodipendenza. Molti barebacker non si sottopongono neanche ai test dell’HIV, tanto è forte la loro sicurezza, che basta l’apparenza per evitare la malattia.Non mancano, anche quelli che, credendo alle teorie complottiste, negano qualsiasi tipo di legame fra la sieropositività e la malattia, e si sono convinti che non corrono nessun rischio. Teorie, che è bene ricordarlo, sono state smentite dal 99% della comunità scientifica internazionale.

Altri, invece, sono perfettamente consapevoli dei rischi che corrono. Ma questo non è considerato un problema, anzi. E’ un fattore in più per scatenare l’eccitazione, l’adrenalina del rischio, la sfida alla propria vita. Lo stesso brivido, per capirci, di chi corre a 200 km/h o attraversa i binari quando il treno sta per arrivare.

Analizzando, nel dettaglio, i dati della diffusione dell’AIDS, si scopre che il calo della diffusione è dovuto soprattutto al drastico calo dell’uso delle siringhe per l’eroina. Si è passato ad altri tipi di droga, come la cocaina, che non comportano questo genere di rischi. Oggi ci si infetta soprattutto attraverso il sesso non protetto (l’80% delle infezioni), attraverso appunto il sesso barebacking. Il mancato uso del preservativo è dunque l’unico ostacolo che ci separa dallo storico obiettivo dello “zero nuove infezioni” che debellerebbe la malattia.

Ognuno nella vita è libero di fare ciò che vuole, senza essere giudicato da nessuno. Ma viene da chiedersi, senza moralismi, il gioco vale davvero la candela? Quanta consapevolezza, quanto senso di responsabilità, quanto amore per sé stessi c’è in chi si avventura così nell’ignoto, rovinandosi il futuro per un po' di sesso?

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