Rodolfo Toè
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2 Dicembre Dic 2012 1210 02 dicembre 2012

La Slovenia va al voto tra violenze e crisi economica, il rischio è quello di “uno scenario greco”

Oggi gli elettori Sloveni sceglieranno il loro prossimo Presidente della Repubblica. Al ballottaggio il socialdemocratico Borut Pahor e il Presidente uscente, Danilo Türk. La Slovenia sta combattendo da quest'estate la propria battaglia per evitare di ricorrere al bailout per i pesanti debiti del proprio settore bancario: nel frattempo, in molte città scoppiano le proteste contro le misure di austerità prese dal Governo per far fronte alla crisi.

(Nella foto, scontri a Ljubljana nella giornata di venerdì scorso)

Il voto del Paese ha luogo soltanto due giorni dopo una grande protesta che nella capitale, Ljubljana, è stata teatro di violenze ed arresti. Per la prima volta, nella storia della Slovenia indipendente, la polizia è stata costretta a usare idranti e lacrimogeni contro la folla.

Potremmo trovarci a dover fare fronte ad uno scenario Greco”, dichiarava il Primo Ministro Janez Janša solo qualche giorno fa. Si riferiva alle difficoltà del sistema economico del Paese, ma non solo. La crisi in Slovenia si aggrava sempre di più: nel terzo trimestre del 2012 il PIL è diminuito del 3,3% rispetto allo stesso periodo del 2011. La disoccupazione è salita al 9,2%, il valore più elevato negli ultimi vent'anni. Oltre a ciò, a turbare Janša sono anche le proteste cui la popolazione ha dato vita nelle ultime settimane.

Gli scontri sono iniziati il 26 novembre, quando nella città di Maribor migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza per esprimere la loro rabbia nei confronti del sindaco della città, Franc Kangler, accusato di corruzione. Quasi 10.000 manifestanti hanno cercato di fare irruzione nel palazzo del municipio, obbligando le forze di polizia ad intervenire, disperdendo con la forza la protesta.

I fatti di Maribor hanno scosso l'intero Paese. Negli scorsi mesi, già diverse manifestazioni avevano criticato l'esecutivo; da questa settimana, tuttavia, le proteste hanno acquisito nuovo vigore e si sono diffuse a macchia d'olio in tutta la Slovenia. Il 28 novembre il quotidiano 'Dnevnik' intitolava: “la protesta di Maribor sarà ricordata come l'inizio della fine del vecchio ordine costituito”, lasciando intuire che qualcosa si sia definitivamente spezzato nell'opinione pubblica slovena. E quello che sta accadendo sembra confermare questa ipotesi: le proteste si sono estese in pochi giorni a Celje, Kranj, Murska Sobota, Jesenice, Koper, Ajdovščina e Novo Mesto. Anche nella capitale, venerdì 20 novembre, una manifestazione ha visto scontrarsi alcuni elementi neofascisti e le forze dell'ordine; nuovi cortei avranno luogo la settimana prossima.

La cittadinanza protesta contro l'intera classe politica, giudicata colpevole della crisi e di aver previsto misure di austerità ritenute inaccettabili. Gli scontri avvengono a ridosso del secondo turno delle elezioni presidenziali. Un'elezione che in fondo è “poco più che cerimoniale”, sottolinea il Washington Post, ma dalla quale uscirà “la massima autorità politica del Paese, che avrà un importante ruolo nel guidare gli Sloveni attraverso la crisi”. L'appuntamento elettorale ha una grande valenza simbolica. Non solo per la scelta tra due candidati le cui similitudini sono più delle differenze reciproche, ma perché riporta in primo piano l'elettorato Sloveno, ormai sull'orlo della disperazione. O, per l'appunto, dello “scenario greco” paventato da Janša.

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