Città invisibili
4 Dicembre Dic 2012 1517 04 dicembre 2012

Il “Terzo Paesaggio”, tra Città e Campagna

E’ un confine antico quello che unisce la città e la campagna. La kora e la polis. L’ager e l’urbs. E’ quel languore sentimentale del quale parlava Robert Musil ne L’uomo senza qualità, descrivendo il mutare del paesaggio dal finestrino del treno. Un distinto che si fa indistinto, ma anche un terreno di composizione. Certamente secondo Gilles Clément, uno dei più noti paesaggisti e agronomi francesi, autore, oltrechè della Breve Storia del giardino (Quodlibet, pp. 144, euro 14,50), nel 2005 del Manifesto del terzo paesaggio (Quodlibet, pp. 96, euro 12,00).
Alla metà del passato mese di novembre al Made Expo, alla Fiera di Milano, si è svolta la quarta edizione di High Green Tech Symposium, che ha proposto il tema “Next Landscapes”, il paesaggio prossimo, partendo dall’interazione fra agricoltura e architettura. Un’azione condivisa solo a determinate condizioni. Soltanto se si valorizza ogni area per quello che é. Di più, per quello che rappresenta. Il contrario di quanto è rilevabile frequentemente in molte periferie cittadine. Dove ci sono molti spazi vuoti, abbandonati. Imprescindibile è il recupero del valore intrinseco di questi elementi. Imprescindibile se si ha voglia di giungere ad un paesaggio compiuto.
E’ qui che riaffiora il concetto di “Terzo paesaggio”, cioè una geografia di aiuole incolte, di spazi non coltivati. Un “Terzo paesaggio” che è anche un “paesaggio politico” nel quale agricoltura e architettura si fondono. Nella migliore dei casi, fino a confondersi.
Avanti con gli esempi. Perché il progetto spesso ha avuto la possibilità di concretarsi, realizzarsi sul terreno. Può richiamarsi il Jardin DeMain a Montpellier dove al vecchio parcheggio in abbandono proprio Clément ha disegnato, e poi realizzato, un giardino. Un giardino collettivo che coinvolge gli abitanti della zona. Un non-luogo si è trasformato in area d’incontro, di aggregazione. Un progetto senz’altro riuscito. Anche perché incardinato su una sorta di anarchia vegetale, una libertà della specie. In ogni caso rifuggendo dal puro fine estetico che si ritrova in tanti giardini privati all’interno alle città.
L’idea fondante della progettazione di Clément è l’estrema flessibilità. L’adattamento al luogo, ai caratteri del luogo, nato dall’osservazione, dall’ascolto di quegli spazi. Per dirla con Clément, è necessario “considerare la non organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare dai lampi della vita. Avvicinarsi alla diversità con stupore”.
Città e campagna, eternamente separate, prima che la speculazione edilizia ne scompaginasse i confini, hanno la possibilità di ritornare a dialogare. Parlando la stessa lingua. Improntata ad una ritrovata armonia.

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