Luciano Trincia
Il tornio
4 Dicembre Dic 2012 0548 04 dicembre 2012

Le ragioni dell’altro nel conflitto israelo-palestinese

Se fossi il padre di un bambino palestinese di Ramallah avrei ancora negli occhi le immagini dei bombardamenti su Gaza di due settimane fa. Penserei alla mia gente, costretta per secoli dai Turchi, affidata senza possibilità di replica al Mandato britannico sulla Palestina, illusa dalle promesse fatte agli Arabi dalle potenze coloniali di un riconoscimento all'autodeterminazione e all'indipendenza in cambio della loro partecipazione agli sforzi bellici anti-ottomani. Mi tornerebbe alla mente il massacro del villaggio arabo di Deir Yassin del 9 aprile 1948 ad opera di membri del gruppo sionista “Irgun Zvai Leumi” del futuro Primo ministro israeliano Menachem Begin. Addosserei la responsabilità del fallimento della transizione proposta dalla potenza mandataria cui era stato assegnato il governo della regione a gruppi estremisti come “Lohamei Herut Israel”, quelli che i britannici chiamavano la “Banda Stern”, ai loro attentati, alla loro violenza terrorista. Farei risalire alla Guerra dei Sei Giorni del 1967 la definitiva negazione del diritto degli Arabi di Palestina a vivere nel proprio Stato. Condannerei la pulizia etnica degli Arabi palestinesi e l’allontanamento forzato dei profughi dalle loro case, dai loro villaggi sotto la spinta dei carri armati Magach israeliani.


Se fossi il padre di un bambino palestinese di Ramallah penserei alle pietre della prima Intifada e ai Tavor TAR 21, i moderni fucili d’assalto delle Forze di Difesa Israeliane. Griderei forte al mondo che nei territori occupati, a Gaza e in Cisgiordania, Israele non ha mai concordato nulla con la popolazione araba, che la politica colonica è sempre stata imposta dalla forza militare, che nei territori Israele ha operato con il suo servizio di intelligence militare (Aman) per definire gli obiettivi delle “ticking bombs” mirate contro i capi del mio popolo. Avrei sempre in mente il terrore dell’operazione “Piombo fuso” del dicembre 2008, quella massiccia offensiva aerea e terrestre israeliana costata in poche settimane oltre 1300 morti fra i palestinesi, a fronte di 28 vittime fra i civili israeliani in otto anni. Additerei come unici responsabili della rottura dei negoziati di pace fra Israeliani e Palestinesi nel settembre 2010 il premier Benjamin Netanyahu e il suo ministro degli esteri Avigdor Lieberman, da sempre contrari al processo di pace avviato a Oslo. Se fossi il padre di un bambino palestinese di Ramallah direi a mio figlio che la condizione di vita attuale dei Palestinesi nei territori occupati, esuli e profughi nella loro stessa terra sotto un’occupazione militare straniera, è intollerabile agli occhi di qualunque persona che conosca la realtà di questa terra e abbia un minimo di obiettività.

Se fossi il padre di una bambina israeliana di Tel Aviv vivrei nel terrore ogni volta che mia figlia sale su un autobus. Porterei sulla pelle la storia del mio popolo, ovunque segnato da diaspore e discriminazioni, eterna minoranza in Stati non propri, colpito dai pogrom, decimato dall’Olocausto. Non dormirei la notte pensando ai lanci indiscriminati di razzi Qassam contro le città di Sderot e Ashkelon da parte del Movimento della resistenza islamica Hamas di Ismail Haniyeh e Salam Fayyad. Sarei convinto che oggi Abu Mazen non sia capace di controllare neppure la Cisgiordania e che i Palestinesi, lasciati a sé stessi, non siano in grado di governare un proprio Stato indipendente. Vedrei la vittoria elettorale di Hamas e la sua presa di potere a Gaza dopo il ritiro israeliano come un minaccioso anticipo di quanto potrebbe accadere su scala più vasta in caso di un nostro ritiro dalla Cisgiordania. Urlerei al mondo che adesso a Gaza governa un Movimento come Hamas, che non vuole affatto uno "Stato palestinese", ma semplicemente la cancellazione di Israele. Ricorderei che fu il rifiuto degli Arabi al Piano di partizione della Palestina nel novembre 1947 a scatenare prima le violenze e poi la guerra arabo-israeliana del 1948 e che in conseguenza di quel conflitto 600.000 ebrei furono espulsi dai Paesi arabi confinanti.


Se fossi il padre di una bambina israeliana di Tel Aviv riterrei prioritario il diritto alla sicurezza del mio Paese, assediato dalle frange palestinesi più radicali appoggiate dall’Iran di Mahmud Ahmadinejad. Osserverei preoccupato il crescendo di dichiarazioni minacciose contro Israele, alimentate dalla seconda Intifada del 2000, dal sostegno siriano e iraniano a Hezbollah e a Hamas, dalla guerra in Libano dell’estate 2006, dall’allarme suscitato dal programma nucleare dell’Iran. Vedrei crescere e allargarsi le minacce militari e quelle terroristiche contro l’ebraicità d’Israele, in una regione come quella mediorientale che dal marzo 2011, con la crisi siriana, è diventata una vera e proprio polveriera sul punto di esplodere. Ricorderei che il Movimento della resistenza islamica Hamas si è sempre schierato contro il processo di pace avviato con gli Accordi di Oslo del 1993 e che oggi viene considerato ufficialmente un’organizzazione terroristica non solo da Israele, ma anche dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea e un potenziale nemico alla stabilità dell’intera regione. Sarei favorevole alla costruzione di nuovi insediamenti nei territori a Est di Gerusalemme e in Cisgiordania annunciata dal governo del mio Paese dopo la risoluzione Onu del 29 novembre scorso e giudicherei i nostri insediamenti e la barriera di sicurezza l’unico mezzo sicuro per impedire infiltrazioni terroristiche in Israele e per proteggere i coloni. Se fossi il padre di una bambina israeliana di Tel Aviv chiederei al mio governo di adottare tutte le misure necessarie per garantire le due priorità che David Ben Gurion aveva assegnato allo Stato ebraico, la sicurezza interna e la pace con i vicini.


Se fossi un uomo, poco importa se arabo o israeliano, che guarda a un futuro di coesistenza pacifica e vuole disegnare un orizzonte di pace dove far crescere i propri figli, osserverei con occhi diversi la storia rispettiva di sofferenze e ingiustizie patite e avrei ben presente che queste risalgono indietro nei secoli da ambo le parti. Rigetterei ogni forma di fanatismo e coltiverei la speranza che da una parte e dall’altra emergano quanto prima uomini politici che riescano a conquistare i cuori e le menti dei rispettivi popoli e degli avversari a un credibile progetto di pace e di collaborazione, indispensabile per condividere un territorio limitato con scarse risorse naturali. Leggerei i giornali del mio paese, ma proverei a confrontarmi anche con le notizie diffuse da altri organi di stampa, nella convinzione che il pluralismo mediatico offra un’immagine meno parziale della complessa realtà della regione dove vivo. Contrasterei però azioni di propaganda mediatica elusiva o volutamente ingannevole, intentate dalla mia parte o dall’altra sulle sofferenze di vittime innocenti. Sarei disposto a ascoltare le ragioni dell’altro, senza per questo rinunciare alle mie, nella convinzione che le vittime, da qualsiasi parte vengano hanno la memoria lunga. Parlerei con chi la pensa come me, ma cercherei anche il dialogo e il confronto con chi ha opinioni diverse, al di fuori della cerchia ristretta di accoliti, militanti, affiliati, adepti nella quale mi muovo. Rafforzerei la determinazione a uscire da un passato di discriminazioni e persecuzioni reciproche, chiedendo ai responsabili del mio popolo, siano essi arabi o israeliani, di rilanciare immediatamente il processo di pace sul principio “Due popoli, due Stati”. Mi unirei a quanti, e sono tanti, sia a Tel Aviv che a Ramallah credono che costruire la pace significa rinunciare definitivamente a una visione unilaterale dei propri diritti, lungamente coltivata e continuamente alimentata dalla mobilitazione emotiva e propagandistica di un conflitto ormai più che sessantennale.


Se fossi un uomo, poco importa se arabo o israeliano, che guarda a un futuro di coesistenza pacifica cercherei di far comprendere alla mia gente che la vera discriminante passa all’interno dei due campi, delle due società e delle rispettive forze politiche, che il partito da prendere non è fra Israeliani e Palestinesi, ma fra chi in un campo e nell’altro lavora per la pace e chi opera, più o meno consapevolmente, per la continuazione del conflitto. Sarei convinto che i due Stati devono coesistere e rispettarsi senza affermare la priorità di uno Stato sull’altro, accettando da una parte l’impraticabilità del sogno biblico del “Grande Israele”, che si traduce in termini politici nel diritto storico-biblico a insediarsi ovunque in Eretz Israel, e rinunciando dall’altra all’obiettivo massimalista della negazione dell’altro e all’illusione di poter ribaltare la forza dell’avversario con una contrapposta violenza, confondendo così resistenza e terrorismo. Sarei consapevole che per rendere possibile l'impossibile occorre un salto di mentalità: una nuova generazione israeliana e palestinese educata alla convivenza, perché possa radicarsi un abito mentale diverso nei confronti dell’ex nemico. Perché, come sostiene Amos Oz, un conflitto comincia e finisce non sulla sommità delle colline, ma nei cuori e nella mente delle persone. Questo salto di mentalità può sembrare oggi un obiettivo lontano, difficile, ad alcuni forse illusorio. Ma se non si lavora per costruirlo soltanto perché non lo si crede possibile, di certo non si produrrà da solo.

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