Il libro ritrovato. Consiglieri di pagine
4 Dicembre Dic 2012 1153 04 dicembre 2012

Luce

di Fabrizio Valenza

Cercata. Evitata. Oscurata. Tre atteggiamenti da opporre alla fonte della nostra vita, di essa decisivi, significativi, definitori.

Ricordo ancora quando scoprii che un filosofo inglese del 1200, Roberto Grossatesta, quasi francescano perché primo rettore della scuola francescana e pressocché oscurato alle facoltà filosofiche e agli studenti italiani di oggi, aveva basato la sua Fisica (De Luce) e la spiegazione del mondo sulle particelle della luce, anticipando di parecchi secoli la fisica scientifica e il metodo che poi sarebbe stato di Galileo. Il grande filosofo (non ancora del tutto tradotto in italiano) partiva dalla luce per ovvi significati simbolici legati a Cristo, luce delle genti e del mondo intero, ma nel suo desiderio di dimostrare la consistenza fisica di ciò in cui credeva, colse una verità che a ogni mente si palesa senza bisogno di dimostrazione alcuna: la luce è vita.

La luce è pace e rinnovata forza, come in Pascoli, Alba (da Myricae):

Tra i pinastri era l'alba che i rivi
mirava discendere giù:
guizzò un raggio, soffiò su gli ulivi;
virb... disse una rondine; e fu

giorno: un giorno di pace e lavoro,
che l'uomo mieteva il suo grano,
e per tutto nel cielo sonoro
saliva un cantare lontano.

Cerca la luce chi è rimasto al buio per troppo tempo, sia reale che metaforico. L'illuminazione arriva a cacciare il buio (e con Paul Auster sappiamo bene come possa trovarsi l'Uomo nel buio), sulla terra come nella vita; sappiamo che “la luce splende nelle tenebre”, ma che troppo spesso le tenebre non l'hanno accolta (vedi il famoso Prologo al Vangelo di Giovanni); e c'è chi cerca le persone sulla base della loro luce interiore (La luce che c'è dentro le persone, di Banana Yoshimoto).

Evita la luce chi ha qualcosa da nascondere e vuole proteggersi, fuggendola come la grande rivelatrice dell'inganno. Talvolta, per scoprire l'inganno sarà necessario entrare nell'oscurità, come in A scanner darkly (Un oscuro scrutare in italiano), di Philip Dick, il cui stesso protagonista, un poliziotto della narcotici infiltrato nel mondo della droga, deve farsi oscurità, rischiando di venirne inghiottito. Però evita la luce anche chi vi è talmente esposto, da volere un po' di tranquillità per entrare in se stesso, luogo dove rimanere finalmente solo. L'occhio di bue, la luce teatrale che attira l'attenzione degli spettatori sugli attori, è sostenibile solo per alcune ore, per quanto ciascuno di noi lo desideri su di sé.

Oscura la luce chi vuole fare qualcosa di peggio: gettare nello sconforto, provocare un controllo, bastonare. Non c'è nulla di peggio che oscurare la luce. Si tratti del sole, delle stelle, dei lampioni dei nostri quartieri periferici o delle lampadine di casa, l'oscuramento della luce è da tutti sentito come un triste presagio di tempi grami o come la sottolineatura di una crisi che ci spinge a cercarla per lo meno alla fine del tunnel (come Dante che esce “a riveder le stelle” nella Divina Commedia. Avevate pensato a qualcos'altro?).

La luce, soprattutto, è moltiplicazione e unificazione, di colori, di varianti, di sfumature, di riflessi e ombre, fondamento assieme alla poesia della vita e del mondo, come ebbe a dire Mirò della sua dimora definitiva: “Maiorca è poesia e luce”. I suoi dipinti, fulgidi colori che parlano direttamente all'inconscio, sono esempi chiarissimi di questo dato.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook