Giulia Valsecchi
Cineteatrora
4 Dicembre Dic 2012 1415 04 dicembre 2012

Non c’è cosa più bella che essere “taliani”

Quel che la storia narra ufficialmente sono pagine piene di faglie, fenditure attraverso cui si infiltrano confessioni e carichi colmi di vuoti e mistificazioni. Tonino Cantisani è uno che zoppica per colpa di quella storia, il ginocchio gliel’hanno rotto nel campo di concentramento di Tirana dove è nato e cresciuto tra altri internati senza legittima colpa. Sono gli anni del secondo conflitto e della sua fine ingloriosa per troppi anonimi, gli stessi che scontano l’accusa di una bomba all’ambasciata russa secondo la demarcazione rovinosa di Italia pro America e Albania pro Russia.

Mentre ricorda, Tonino si trascina una sedia e subito dopo alza gli occhi per rivolgersi al pubblico prendendo spunto dall’esattezza della “pìega” del pantalone rispetto a caviglia e tallone. Tonino è un sarto che ha appreso il mestiere al campo, quello grigio e pieno di fango in cui un mastro ha saputo indicargli la strada giusta per non morire e costringerlo a parlare la lingua detestata dagli ufficiali albanesi che etichettano come spia del Vaticano e fascista chiunque provenga dal Bel Paese.

Pagine di storia che scorrono senza che l’indifferenza piombataci sopra sia arginata da una correzione corale. Tra i pochi a ricevere uno come tanti qual è Tonino Cantisani, un calabrese straniero in Italia e “taliano” traditore in Albania, il pubblico di Italianesi. Un monologo magistrale e di rara elevatezza attorale che trattiene già nel titolo quasi una seconda stirpe mista messa a nudo con rabbia e sgomento di privazioni, torture e rari spazi di immaginazione.

Il legame spezzato di Tonino col padre, il solo a essere salito sul traghetto di ritorno in Italia, si riannoda a fatica dopo il primo viaggio dal campo. Di quell’uomo lontano resta la tasca di una giacca strappata, il dolore di una vedova non per morte avvenuta, ma per separazione imposta e silenzio di decenni di censura. Resta il fantasma idolatrato da un ragazzino fattosi adulto e padre a sua volta che, dopo 128 ore di tragitto, assapora il libero stare senza condizionamenti e imposizioni. Tutto, solo per raggiungere il soldato ricercato da una vita e presentarlo al nipote che porta il suo nome, Leone. Eppure, l’incontro non è dei più caldi, Tonino prova a farsene una ragione, ma le vite sono state disperse dalla guerra e dalle sette baracche da centocinquanta persone della prigionia albanese.

I pensieri ne tagliano più volte il filo spinato, ma a distanza di anni e di un affrancamento concesso dalla caduta del regime, il fango continua a soffocare nella malinconia e nella memoria agghiacciante delle botte subìte fino a non sentire più niente. E il rimasuglio di una poesia intatta nel cucire e scegliere le gradazioni di colore simili ai campi veri, quelli di grano, è sollevato dal volto gentile di una ragazza, Selma, il colore mancante. La miseria sembra essere stata quasi capace di disperdersi di fronte a un patto d’amore che ha accettato persino il matrimonio nel campo e la nascita di due figli.

Quarant’anni di internamento sono il calco di altrettante acque e gradazioni di colore sognate da Tonino per poi metterci dentro le persone e lì imprimerle per sempre. La sua è una dichiarazione di salvezza contraria a un mondo che ha sempre delle vittime da spartire. E anche quando qualcuno di loro abbraccia la patria e ritrova le origini, è proprio quell’identità la maschera che gli tocca levarsi per tornare a piangere dopo il primo sbarco che non lava via l’essere stranieri a se stessi.

ITALIANESI

di e con Saverio La Ruina

musiche originali eseguite dal vivo da Roberto Cherillo

organizzazione Settimio Pisano

30/11/2012 e 01/12/2012

Teatro Giuditta Pasta Saronno

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