Massimiliano Gallo
Mi consento
5 Dicembre Dic 2012 1116 05 dicembre 2012

Il retrogusto amaro della sentenza della Consulta su Napolitano

Ancorché ampiamente prevista e per certi versi finanche auspicata, la sentenza della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione tra il presidente della Repubblica e la Procura di palermo lascia un retrogusto amaro. Per tre ragioni.

1) Perché certifica una diseguaglianza giuridica che appanna l’attività del capo dello Stato invece di rendere la sua casa e le sue posizioni trasparenti e a disposizione degli italiani.

2) Perché, in questa circostanza specifica, il presunto argomento al centro delle conversazioni tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino non era una partita di calcio o un’uscita tra amici, bensì le preoccupazioni, i timori, le ansie dell’ex ministro dell’Interno in relazione a un’inchiesta della magistratura su una presunta trattativa tra Stato e mafia vent’anni orsono. Insomma, non propriamente fatti privati. E qui mi fermo perché sarebbe troppo facile fare paragoni con quante intercettazioni molto meno interessanti ma più “sessualmente appetibili” ci siamo sorbiti in questi anni. Che poi le intercettazioni, e lo smodato uso che la magistratura ne fa, siano un problema, è altro discorso.    

3) Perché - e qui esprimo il mio imbarazzo per attestarmi sulle posizioni di Ingroia che non amo particolarmente - la sentenza della Corte Costituzionale è chiaramente una sentenza politica. Sentenza politica, si badi bene, che qui su Linkiesta (a mia firma) avevamo persino caldeggiato. Ma che, a posteriori, non può che inquietarci e farci sentire corresponsabili di un indebolimento complessivo della struttura Stato. Perché, è bene ricordarlo, non è alla Corte Costituzionale che spetta fare politica. 

Sarebbe stato preferibile che il presidente della Repubblica non si fosse irrigidito in un braccio di ferro istituzionale che ha sì finito col premiarlo ma che ha soprattutto contribuito ad acuire ulteriormente quella frattura - vero male del nostro periodo - tra i Palazzi protetti e quei milioni di cittadini che quotidianamente vivono sulla propria pelle il cattivo funzionamento della giustizia, sia essa penale, civile e tributaria.  Rendendo ancor più polverosa quella scritta invero così nobile che fa bella mostra di sé in ogni aula di tribunale.     

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