Una figlia come te
5 Dicembre Dic 2012 0755 05 dicembre 2012

L'iperemesi gravidica, la principessa Kate e io

Il primo a dirmelo è stato Mr P. , per telefono.

“Ti avevo detto che eri una principessa”

“Cioè?”

“Kate Middleton, anche lei è stata ricoverata in ospedale per iperemesi. L’ho appena sentito alla radio”.

Al terzo messaggio del genere mi sono sentita un po’ VIP. Non tanto per essere finita, insieme a Kate, in quello 0,5% di campione statistico che soffre di questa rarissima complicazione all’inizio della gravidanza (altro che “nausee mattutine”…). Ma per l’affetto di quegli amici che, sentendo dell’imprevisto della duchessa Catherine, si sono ricordati del mio pit-stop in ospedale ormai quasi nove mesi fa. Quando a forza di vomitare avevo perso cinque chili in due settimane: allora mai avrei pensato che potesse esserci un risvolto reale in quella brutta avventura.

Certo se penso a Kate nelle mie condizioni… Chi potrebbe mai immaginare la sua eleganza piegata dai conati, sporcata dai rumori dei rigurgiti, sfinita dal rifiuto di qualsiasi cibo e persino dell’acqua?

Sì perché l’iperemesi, o Hyperemesis Gravidarum come riporta il bollettino medico di Buckingham Palace, ha assai poco di regale e ancora meno del romanticismo con cui alcune donne accolgono i primi segnali della gravidanza. Capita una volta ogni 200 casi, e la (s)fortunata praticamente vomita per tutte le altre 199 che la scampano: fino a disidratarsi, dimagrire e, appunto, finire in ospedale.

Facendo due calcoli, per me e Kate ci sono altre 398 signore che hanno superato il fantasma delle nausee mattutine con caramelle allo zenzero o braccialetti elastici per la digitopressione sui polsi. Quando io ho provato ad acquistarli, invece, ho vomitato nel parcheggio del centro commerciale circa mezz’ora dopo averli indossati: 16 euro di braccialetti finiti nel secchio della spazzatura in tempi record.

La ginecologa, che poi ho cambiato, mi aveva prescritto delle gocce di quintessenza di menta da mettere sulla lingua. Ancora oggi, se ci penso, mi vengono i conati. Alla terza telefonata con cui la informavo degli scarsi risultati della menta mi consigliò di andare da uno psicologo per risolvere i miei “problemi”. Ecco, in quel momento avrei voluto essere Kate, farla arrestare per incompetenza e rinchiuderla a vita nelle prigioni reali per insensibilità. Senza processo e senza appello.

Ci ho messo 11 giorni e qualche altro chilo per uscire dall’ospedale. La prima cosa che sono riuscita a mangiare, dopo tanto digiuno, è stato un uovo sodo con un po’ di maionese: strana voglia, devo ammetterlo. Di lì a poco avrei cominciato con sottili fette di galbanino sui cracker, poi quintali di tarallini pugliesi e infine ghiaccioli al limone. Li compravo ogni mattina a un bar poco distante dal lavoro, mentre la gente “normale” si svegliava con cornetto e cappuccino. Chissà cosa penserà il barista, mi sono sempre chiesta.

Comunque, cara Kate, io ho risolto con un gastroprotettore. Prima per endovena, poi in pasticche.

Per il bombardamento di informazioni non richieste, invece, ahimè non c’è soluzione. Chissà se anche a te il principe Carlo, Camilla o la regina Elisabetta, quando ti fanno visita in ospedale, raccontano quelle storie senza lieto fine della “amica della cugina della amica” di Tizio e Caio che vomitò per tutti i nove mesi e poi anche dopo aver partorito. Se lo fanno, sappi che è solo “per tirarti su il morale”!

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