Parsifal
5 Dicembre Dic 2012 1641 05 dicembre 2012

Tra patrimoniale e tredicesime monta un rancore che il Palazzo non vuol vedere

Si calcola ormai che quasi due terzi delle famiglie italiane si vedranno la tredicesima “sequestrata” in tutto o in parte dall’obbligo di pagare la seconda, pesantissima rata dell’IMU, che mantiene tassativa la scadenza del 17 dicembre, un tempo appunto periodo di tredicesima che consentiva quel respiro nei conti di casa e qualche fiato ai consumi.

Non sembra proprio casuale (ma piuttosto sadicamente diabolica) la coincidenza temporale. La “patrimoniale” che si abbatte sulla casa (aggiunta al forte rincaro del bollo sui risparmi) è di colpo superiore di tre o quattro volte al regime precedente. Ed è una “patrimoniale” particolarmente onerosa per i ceti medi e medio-bassi (in gran parte dipendenti o pensionati) che nel mattone di proprietà hanno sempre trovato un bene-rifugio, una garanzia contro gli incerti della vita.

Se oltre l’80 per cento delle famiglie italiane vive in casa di proprietà, si tratta di una rilevante eccezione nel panorama europeo e occidentale. Ma la spinta a questo traguardo costruita nei sacrifici con mutui trentennali (e magari con in più il localino vista mare o di mezza montagna dove investire la liquidazione) nasceva da una ben radicata e diffusa psicologia collettiva. Perché, a differenza degli altri Paesi, manifestava un’atavica (e più che giustificata) diffidenza verso lo Stato, la qualità dei suoi servizi e la sua disponibilità a soccorrere con efficacia e prontezza le situazioni anche temporanee di difficoltà. E insieme tradiva l’altrettanto atavica diffidenza verso le banche e le disinvolte offerte di strumenti finanziari quasi mai convenienti per i piccoli risparmiatori e sempre punitivi alla lunga per il “parco buoi”.

Toccare la casa, allora, ha un significato nel sentire popolare ben più profondo e più doloroso di un qualsiasi aggravio di imposizione, per rilevante che sia. Si aggiunge poi il disprezzo (questo sì unico al mondo) del Fisco verso il contribuente. Che solo in extremis riesce a conoscere l’entità della gabella che deve versare ed è costretto dall’amministrazione a calcolare da solo quanto deve corrispondere allo Stato centrale e quanto invece all’ente locale.

Nella crisi sta montando un rancore sordo, una rabbia impotente che le classi dirigenti (compresa quella mediatica) sembrano incapaci e del tutto disinteressate a cogliere e interpretare. Certo il sovraccarico fiscale non tocca le caste e le corporazioni comunque incistate con la pubblica amministrazione. E tuttavia, mentre si pontifica e si blatera sulla “guerra all’evasione”, si vanno regolarmente a colpire una volta di più i ceti sociali che evadere proprio non possono. E l’iniquità è evidente nell’insistere sui ceti medi e medio-bassi aggrediti non solo nel reddito, ma nel risicato patrimonio immobiliare. Compresa la piccolissima impresa, che l’IMU massacra sui fabbricati agricoli e sui capannoni.

Si dirà: in un Paese che invecchia, è forse più logico rastrellare risorse dai poveri beni degli anziani, che hanno già avuto una previdenza sufficientemente generosa e che in futuro non ci si potrà più permettere. Questo in astratto: perché poi nella pratica quotidiana (se non pluridecennale) le famiglie con i loro risparmi si sono rivelate l’unico welfare davvero efficace. E sono i genitori e i nonni a sostenere i giovani afflitti da bassi salari, dal diffuso e durevole precariato e da una evidente incertezza sull’avvenire.

Non avendo uno Stato sociale di qualità danese o comunque scandinava (ma solo un’immensa burocrazia vessatoria) la creatività italiana si è trovato un welfare sostitutivo con le famiglie originarie che integrano e supportano i figli nel progetto di vita. Impoverirle oltre il lecito rischia di compromettere davvero quella tenuta della coesione sociale e quella sostanziale solidarietà tra generazioni che ha evitato sinora conseguenze ben più gravi. Stiano attente le classi dirigenti e i politici annunciati trionfatori : nel rancore che monta qualcuno si ricorderà – Dio non voglia – di quell’uno che la tassa sulla casa l’aveva proprio abolita…


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