Mambo
5 Dicembre Dic 2012 1250 05 dicembre 2012

Vinte le primarie, tocca alle politiche. Ecco gli errori che Bersani deve evitare a tutti i costi

Il problema non è Silvio, siamo noi, scrive giustamente Jacopo Tondelli commentando una dichiarazione di Bersani. Sembra una frase di buon senso invece si tratta di fare una vera rivoluzione culturale. Archiviate le primarie, messe in cantiere quelle per i parlamentari, stabilita una linea di dialogo con Renzi e i renziani, per il Pd di Bersani si tratta di convincere milioni di italiani a votarlo.

L’effetto primarie si fa sentire nei sondaggi a premio di un partito che ha mostrato di saper interpretare la volontà di partecipazione. Per il segretario del Pd si tratta di evitare alcuni errori e di dar vita a una stagione interamente nuova.

Fra gli errori da evitare c’è il farsi impelagare nella prevedibile contesa sui candidati al parlamento. Bersani formi una bella squadra di mediatori che facciano la selezione, accettino i compromessi necessari, innovino a gogò, ma si tenga fuori: lui deve pensare ad altro. L’altro di cui si deve occupare prevede la formulazione di un messaggio semplice agli elettori che sia al tempo stesso sufficientemente drammatico così da far capire la posta in gioco e sufficientemente ottimista così fa far capire che la salvezza dell’Italia è alla nostra portata.

Da qui al voto molti tizzoni roventi saranno buttati sulla scena politica, alcuni vanno spenti altri semplicemente ignorati. Va ignorato il tema del berlusconismo, ormai stagione che abbiamo alle spalle e che indipendentemente dalle scelte del Cavaliere è ormai materia degli storici. La politica italiano brucia con rapidità i suoi feticci e basta leggere il bel libro di Guido Crainz, Il paese reale, Donzelli editore, per vedere come nel giro di poco tempo si sono consumate stelle che sembravano splendenti e come il rischio italiano sia il ritorno del sempre uguale. Per cui Berlusconi non può essere tema di campagna elettorale anche se si presentasse come candidato premier.

Neppure il tema del rapporto fra giudici e politica è di attualità malgrado l’evidenza. Non c’è dubbio che la giustizia vada riformata, ma non c’è altrettanto dubbio che il panorama si presenta diverso dal passato, visto che anche nella magistratura emergono posizioni ormai nettamente contrapposte anche nelle correnti più di sinistra. Il fronte giustizialista, come si è visto in queste ore post sentenza della Corte, ha necessità di agganciare il Pd in un dibattito a carboni accesi sulle sue posizioni. È meglio farli cuocere nel loro brodo.

Né serve più di tanto impelagarsi nella discussione se il nuovo centro-sinistra uscito dalla primarie sia più o meno di sinistra di quelli che l’hanno preceduto. In questo momento l’area centrista è sempre più ingolfata di leader, di proposte, di umori contrapposti. Il centro si presenta cioè come il luogo del disordine, figuratevi se può ambire a guidare qualcosa. L’ipotesi che sia Monti a dare una regolata e un assetto a questo mondo si allontana sempre più. Monti rischierebbe troppo per un’operazione di dubbio esito. Quindi il Pd di Bersani, senza proclamare la vocazione maggioritaria potrebbe limitarsi a dichiarare la propria disponibilità alle alleanze tenendo le mani libere e agevolando le operazioni che appaiono meno alternative a se stesso.

Il vero tema da imporre è l’agenda paese, sono le prime misure in materia di lavoro, fiscalità, solidarietà, sicurezza. Qui Bersani deve essere chiaro e didascalico. Servirebbe anche a Bersani dare l’idea che il governo dei politici sia aperto al mondo dei tecnici così da non farsi soffocare dal sospetto di voler fare un governo di nomenklatura. Per il resto, calma e gesso, come si diceva una volta, perché il peggio deve ancora venire. 

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