Linda Finardi
Think it out
6 Dicembre Dic 2012 1231 06 dicembre 2012

“Bomba informativa esplode producendo giornalismo in massa” (autocit).

L’infinità dei numeri e dei casi snocciolati minuziosamente dal giornalista Ignacio Ramonet in “L’esplosione del giornalismo. Dai media di massa alla massa dei media” raccontano di un mondo dell’informazione in forte contraddizione: da un lato stiamo assistendo all’aumento “esponenziale” dei lettori di giornali online “classici” e dall’altro al declino della carta stampata e delle notizie generaliste.

In un primo momento questo libro fa pensare che il mestiere del giornalista stia scomparendo definitivamente insieme alle più grandi testate dei secoli passati. Nella lunga lista compilata da Ramonet, dei giornali che hanno chiuso i battenti o che stanno subendo grosse perdite economiche, compaiono praticamente tutti: Le Figaro, La Tribune, Le Monde, New York Sun, Voice of San Diego, Miami Herald, Wall Street Journal, Usa Today, Washington Post, The New York Times, The Chicago Tribune, Financial Time, El Paìs. E non solo.

Se nel passato recente il giornalista si occupava di costruire e confezionare l’informazione facendo da tramite tra la sfera pubblica e i cittadini, oggi tale ruolo sembra venire meno: “tutta colpa” dell’accesso facile al web che ha portato a sua volta alla concorrenza della stampa gratuita, dei siti aggregatori di contenuti come Google News o Yahoo! Notizie e dei social network.
I mezzi di comunicazione di massa, accessibili a un pubblico indefinito, hanno ormai portato a regime il “giornalismo partecipato”: il “citizen reporters”, informatore dal potere aumentato dalle possibilità date dalla Rete, è ormai un collaboratore fisso delle testate giornalistiche (alla faccia di precari e free lance sottopagati). Sono gli stessi “media dominanti”, afferma l’autore, a chiedere costantemente agli internauti di postare foto, video e commenti su avvenimenti di cui sono testimoni. Perché questo è il modo “più veloce” per rispondere alla “dittatura dell’urgenza” di questo millennio.

Emergono così i racconti trascritti in tempo reale dagli utenti in facebook e in twitter. A questo proposito sono eclatanti in Italia i casi dei terremoti, in cui la notizia si diffonde in pochissimi minuti diventando anche una sorta di analisi di ciò che accade e di come accade. Oppure è interessante il caso britannico Carter-Ruck riportato dall’autore, in cui il quotidiano The Guardian insieme ai suoi utenti di twitter ha riportato alla luce fatti altrimenti insabbiati. Per contro, i reportage sul terreno sono in liquidazione insieme al giornalismo investigativo e agli inviati esteri. Eppure rimane un certo equilibrio informativo: “Non sembra che si abbiano meno informazioni sul resto del mondo”, afferma Ramonet.

Infatti, pare proprio che l’opinione della gente comune abbia iniziato ad avere un certo valore per la comunità, al contrario del passato in cui il sapere era custodito da una cerchia ristretta di professori, professionisti ed esperti. E così l’attenzione dell’opinione pubblica verso il giornalista, prima unico incaricato di riportare i fatti alla luce, in qualche modo si è allentata a favore di una partecipazione attiva al dibattito pubblico.

Quando non sono i cittadini a postare foto e notizie, sono i politici a non avere bisogno di parlare alla stampa per parlare al mondo: con pochi tweet inviati direttamente dai loro cellulari, diffondono la propria opinione in tempo reale e senza filtri sull’ordine del giorno del Consiglio cui stanno partecipando. Non c’è bisogno poi di aggiungere nulla sulla figura del blogger e del suo rapporto con le testate online.

Come afferma Ramonet, insomma, il giornalismo ha definitivamente superato il modello di produzione fordista della notizia: “La logica dell’informazione online è di lanciare un’informazione allo stato grezzo, poi di correggerla o arricchirla a ogni istante”. Ancora spesso però - si legge sempre nel libro - i quotidiani generalisti sono legati a un modello economico antiquato per il nuovo millennio e faticano a trovare gli ingredienti giusti per una soluzione che li faccia prosperare.

Presto allora ci dimenticheremo del profumo della carta stampata, la quale andrà a scomparire insieme alla figura del giornalista?
Qualche positivo caso, seppur raro, ci dimostra che il futuro del giornalismo non è così nero. Intanto i media non stanno sparendo, ma hanno solo cambiato la loro configurazione: dai “media-sole”, spiega Ramonet, siamo passati ai “media-polvere”. I media, cioè, non stanno più al centro del sistema con l’informazione che gravita attorno, ma sono piuttosto sparsi nel sistema con la possibilità di aggregarsi all’evenienza. E’ l’epoca insomma dell’auto-comunicazione di massa, ricorda Manuel Castells in Comunicazione e potere: tutti comunicano con tutti in modo multi e pluri direzionale. E in questa situazione spesso accade che la funzione comunicativa inglobi quella informativa creando anche nuove specializzazioni come il “giornalista istituzionale” e il “giornalista d’impresa”. Rimangono invece più legate all’informazione le nuove figure del “giornalista del database”, sviluppato soprattutto negli Stati Uniti dove le banche dati delle amministrazioni pubbliche sono facilmente accessibili, e del “citizen reporter”.

I media, quindi, continuano a comparire a iosa sulla scena online e così pure i lettori sono in aumento, ma il successo di questo tipo di informazione appare ancora lontano: “Gli incassi su Internet non permettono per ora a nessun grande giornale di compensare gli investimenti realizzati sul Web”. Le sperimentazioni avviate per trovare la chiave del successo sono in corso: si va dal finanziamento dei lettori, alla specializzazione su temi specifici, all’integrazione dei contributi di giornalisti, esperti e internauti, al video blogging, allo studio delle parole chiave, a notizie più approfondite a pagamento, ad articoli a richiesta.
Mentre la ricerca delle testate appare vivacissima, il panorama descritto da Ramonet, che include il caso WikiLeaks e l’esempio di successo del settimanale tedesco cartaceo Die Zeit, ci dice abbastanza chiaramente che sono i contenuti di qualità a fare la differenza, e l’indipendenza dai poteri economici e politici a rendere credibile un giornale e quindi a decretare il suo successo, che sia online o offline. Ci stupisce?



Riflessioni a partire dal libro di Ignacio Ramonet. “L’esplosione del giornalismo: dai media di massa alla massa dei media”, co-edizione Intra Moenia-DKm0, 2012.

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