Giulia Valsecchi
Cineteatrora
6 Dicembre Dic 2012 1112 06 dicembre 2012

Essere o apparire? Questo il problema di Alice

Tenersi saldamente ancorati alle mura della realtà sembra essere oggi l’unica risposta agli enigmi della borsa e delle economie. Di fatto, proprio quell’oscillare e condannare a uno stato di miseria e sfiducia tradisce l’inversione della cosiddetta regola di ordinaria stabilità. Le domande sono all’orlo dei nervi e il conflitto atavico tra la vittoria di Pirro dell’essere sull’apparire si ripresenta ogni volta che il lavoro, la scuola e le relazioni impongono di non abbassare la guardia.

Ecco perché il ripescaggio di una scrittura fantasmagorica qual è lo stile inafferrabile di Lewis Carroll solleva implicitamente la questione delle priorità anche in teatro. Il desiderio di gettarsi nel vortice del cuore della Terra insieme con Alice è la tentazione cui un palcoscenico non può rinunciare, se scova una lingua drammaturgica di immagini e versioni che le sono proprie. Ecco perché la scommessa di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia - tra rifrazioni ed equivoci di parola, alterazioni del corpo e della mente di una protagonista emblema del relativismo - va letta proprio sull’onda di indovinelli bislacchi.

L’incapacità rea confessa di Alice di rispondere sul proprio stato, o di veder dissolto quel sapere acquisito nel mondo della veglia, replica in qualche modo anche le riflessioni allo specchio di un teatrante che si consegna all’immaginifico per convenzione o riscrittura che sgretola il verosimile. Più in dettaglio, il pubblico di Alice underground - titolo tratto dall’originale di Carroll che ne realizzò a sua volta le illustrazioni - è spinto a rovesciare tutte le gerarchie di spazio e tempo, a tenersi saldo a un secondo muro instabile di porte e biscotti volanti, pozioni magiche e lepri marzoline dove il fanciullesco è soltanto il sintomo o la lente dell’obliquità di esseri che abitano il sogno.

Il risveglio di Alice, dopo l’incontro con la regina di cuori e i suoi intermezzi incomprensibili, dopo l’universo capovolto della regina bianca e il ghigno del gatto che, come tutto il resto, esiste appunto perché qualcuno lo sta sognando, è di fatto un non finale. Non si riabilita il giardino primaverile con un battito di ciglia, ma resiste l’immersione curiosa nel sotterraneo. Là dove blatera un cappellaio matto e si festeggiano le ricorrenze dei non compleanni, dove fluttuano instancabili i desideri traditi e le memorie che riconoscono quel che ancora deve accadere al di là di ogni intendere, dire e pensare.

La recitazione fa il seguito nella goffaggine lieve, clownesca di Elena Russo Arman come nel canto e nei mascheramenti continui che di una congerie di sagome animali e vegetali fantastiche trattiene a stento la fuga dei sensi, l’incoronazione dell’onirico che rende molle e labile la coscienza. Sono oltre trecento i disegni di Ferdinando Bruni attorno a un regno infantile che non ha nulla da spartire con l’anagrafe, ma con il pregresso, l’inconscio e il non voler per forza destinare un’etichetta simbolica a incontri bizzarri. Gli occhi strabuzzati di Alice, il suo corpicino allungato o rimpicciolito, la sua fame di arrivare all’uscita del labirinto recano nel gesto di una chiave che apre porte finte non tanto un cartoon buonista, ma l’incastro puramente scenico di quadri e scambi di persona, di dialoghi smozzicati o giri di parole inconcludenti, citazioni di uno stato sconnesso tristemente affine alle versioni dei mostri non più o non mai ideologici delle politiche finanziare tanto glorificate perché concrete.

Perché non avviarsi invece sul filo delle meraviglie possibili? Il teatro è una volta di più il degno sfidante dell’inventario implacabile di Wislawa Szymborska, dove la sola voce che manca è di una protesta che chiamata anima. E laggiù non servono austerità e tagli per concedersi il beneficio salutare del dubbio su ciò che resta di improbabili certezze.

Teatro Elfo Puccini Milano

Sala Fassbinder | 3 - 31 dicembre 2012

ALICE UNDERGROUND

da Lewis Carroll

uno spettacolo scritto, diretto e disegnato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

direzione e arrangiamento delle canzoni Matteo De Mojana

con Elena Russo Arman [Alice], Ida Marinelli [lo spazio, il piccione, la duchessa, il ghiro, il due di cuori, la capra dammelo, la regina bianca], Ferdinando Bruni [il tempo, il bruco, il lacchè pesce, la cuoca, il gatto, il cappellaio matto, la regina rossa, il controllore, dimmelo, humpty dumpty, la voce dell’unicorno], Matteo De Mojana [il coniglio bianco, il lacchè rana, la lepre marzolina, il sette di cuori, l’uomo di carta, il cavaliere bianco, l’unicorno]

luci di Nando Frigerio

suono e programmazione video Giuseppe Marzoli

produzione Teatro dell'Elfo
prima nazionale

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