The Jerk
Bollito duro
7 Dicembre Dic 2012 2210 07 dicembre 2012

La prima della “Scala”: il tristo tramonto dei vivi morenti ha la maschera di Sallusti.

Come ogni anno, a Sant’Ambrogio, siamo da capo. Arriva, inesorabile e implacabile, la “prima della Scala”: l’eterno ritorno del sempre uguale rito laico e mondano della rappresentazione di un’opera lirica nel prestigioso teatro milanese.

Non sono un melomane. Non capisco niente di lirica. Non sopporto l’opera. Quindi, del 'Lohengrin' di Wagner non me ne occuperò minimamente. Se ne occupino i competenti.
A dire il vero però ho come la sensazione che di ignoranti come me, a ogni 7 dicembre, il Teatro alla Scala ne sia pieno zeppo.
Nel senso che ogni anno, quando vedo i dannati servizi di questo evento, al telegiornale o sul web, ho come la certezza che siano tre o quattro quelli che van lì per la sinfonia. Il resto deve esserci a ogni costo, per dare corpo a questa manfrina da provincia di sest’ordine.

Infatti, quando ogni volta iniziano a narrare l'evento, informandoci su chi c’è e chi non c’è, come è vestito questo, quella o quell’altra, se tizio è con caia, con troia o sempronia, se ci sono le contestazioni dei soliti, ululanti, pittoreschi e innocui antagonisti, sento dei pezzi dei miei coglioni che si staccano piano piano. E cadono, badabang, fragorosamente.

Perchè la narrazione e la rappresentazione di questa sfilata di parrucconi, parrucchini, pinguini e signore che sembrano vere e proprie “pigotte”, è quanto di più triste, stantio e provinciale si possa vedere.
Pare di assistere al corteo di quelli che, in un modo o nell’altro, sono “arrivati”, contano qualcosa nella società, sono importanti, potenti, riveriti e vogliono rimarcarlo con orgogliosa e infiocchettata boria. E attorno ci stanno i plebei, gli ignoti, i sempliciotti, che guardano - chi con invidia, chi con ammirazione, chi con rabbia e chi con servilismo - questa fauna di persone importanti ben accoppiate, vestite come manichini o come maschere di carnevale.

Una cerimonia che ha in sè la linfa mesta del coma, dell’agonia, della morte.
Tre immagini mi si sono impresse questa sera, a suggello di ciò.

La prima quella del ministro col cognome di fica che sembrava uno scolaretto al ballo delle debuttanti, ansioso di farsi vedere con la spocchia di chi dice “io posso, voi no” assieme alla sua - indubbiamente - ben messa accompagnatrice, moglie o compagna che sia.

La seconda - che è quella che a esser sincero mi ha fatto veder davanti l’immagine di sora morte - è stata quella dell’ingresso di Vittorio Grilli, Ministro dell’Economia.

Santiddio, già questo solitamente mi ricorda Skeletor; qui, addobbato come un becchino e pallido come la neve che scendeva copiosa, in mezzo a stucchi e specchi stantii come l’Italia, mi ha fatto ricordare di getto che la vita è breve e ha una fine.

Ma il carattere di sciatteria bolsa e fintamente culturale di questo trito rito lo ha sugellato il giornalista Filippo Facci, quello che è sempre arrabbiato con qualcuno e qualcosa. Si è presentato, il ribelle integratissimo, con la mascherina di cartone di Sallusti. Lui dice che voleva manifestare solidarità al Direttore ai ceppi in casa Santanchè. A mio avviso invece la realtà è che il Facci, uomo di indubbio gusto, volesse stare in linea con lo stile funerario della serata, mettendosi addosso il faccione di Nosferatu, convinto di essere invitato a un ballo “in maschera”, avendo sentito dire che a teatro c'è sempre “una maschera”. Meno male che, in questo caso, ci ha pensato la Digos.

Insomma questa cerimonia della prima della Scala - vuoi per la crisi, vuoi per il fatto che alla gente di queste robe qui non gliene fotte più nulla (bei tempi quelli in cui la selvafolta Marina Ripa di Meana

contestava le pellicce delle signore borghesi, bei tempi) - sembra proprio un bel tramonto. Il tramonto dei vivi morenti. Che han la maschera di Sallusti.

Burp

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