Il libro ritrovato. Consiglieri di pagine
8 Dicembre Dic 2012 1408 08 dicembre 2012

Io e Checov

di Micaela Morini

Tanti anni fa giravo per la città sempre vestita di nero: nere le scarpe, nero il vestito, nera la sciarpa e nero pure un lungo mantello di mio nonno.

Perché vestite sempre di nero?
Porto il lutto per la mia vita. Sono infelice.
(citazione da “Il Gabbiano”)

Cechov raccontava la mia anima e così mi conquistò.

Una sera d'autunno del 1887, Cechov, ventisettenne, brillante autore di un recente racconto, “La Steppa”, assistette a una prima al Teatro Kors. Il lavoro non gli piacque e lo disse al proprietario che rispose: “Invece di criticare, perché non scrivete voi una commedia nuova? Ve la metto in scena”.
Anche gli attori lo incoraggiarono: “Tu sai come stuzzicare i nervi degli spettatori”.
Cechov scrisse al fratello, ci dormì sopra, poi gli venne l'idea e la buttò giù: “Ivanov” fu finito in dieci giorni. Così Cechov si avvicinò al teatro.

Ora lo so, lo comprendo... che nella nostra opera, sia che si reciti, sia che si scriva, l'importante non è la gloria, o ciò che brilla, come avevo sognato, ma il saper soffrire.

Il dramma di Cechov è il dramma del naufragio senza lotta, dello sfacelo.
Gli eroi di Ibsen lottano con tutte le forze: o muoiono o si ritirano dalla vita; i personaggi di Cechov sono di mezza statura, timidi e modesti e alla vita non chiedono nulla. Un po' d'amore, un po' di gioia, un po' di quelle tenaci illusioni che le danno senso.
Nemmeno quel poco riescono a ottenere. Essi vivono aspettando ansiosamente, nella speranza di un sorriso, di un raggio di sole, ma nulla.
I giorni passano uguali uno dietro l'altro e nulla viene a rompere la monotonia spaventosa.
Allora, a poco a poco, le illusioni vitali cominciano a cadere come foglie. Le speranze cedono il passo a una disperazione cupa che non si può spiegare. E così i personaggi diventano automi che continuano a vivere, cioè ad eseguire meccanicamente movimenti e gesti.

Io sono un uomo evoluto, leggo libri, molti; ma in nessun modo posso comprendere... che cosa voglio precisamente, se vivere o ammazzarmi, ma in ogni modo io porto sempre con me una rivoltella. Eccola! (citazione da “Il giardino dei ciliegi”)

Così giungono a sera della loro tristissima giornata, naufraghi della vita senza nemmeno la gioia – invece riconosciuta ai personaggi di Ibsen – di un naufragio oceanico.

La tragedia in Cechov non è in questo o in quell'evento della vita, ma nella vita stessa e quindi sarebbe vano cercare nei suoi drammi azione, intreccio, trama, personaggi centrali, principio e fine dell'azione. In scena viene messo non questo o quell'evento della vita, ma la vita stessa così come Cechov la sente: la vita dove non ci sono eventi o personaggi dominanti, né vero principio, né vera fine, la vita che è monotono fluire sempre uguale.
Tutti crollano, tutti si abbandonano, in fondo anime buone tutte, che nell'esasperazione del loro destino si rendono la vita impossibile. I personaggi di Cechov sono tutti dei falliti. Vi è qualche vincitore che gusta e assapora il successo, ma non ha mai la simpatia di Cechov.

A mano a mano che essi vivono e soffrono e si ribellano e si rassegnano, il piccolo
mondo provinciale russo scompare e la tragedia assume gli echi di ogni destino, diventa tragedia universale dell'umana sofferenza. Ai personaggi della maturità per alleviare la sofferenza è persino negato il suicidio.

Le vite si avvicinano, si sfiorano, si incrociano, ma non si legano mai. Le battute si alternano, ma non si rispondono. Ognuno ha l'aria di parlare a se stesso, di pronunciare ad alta voce un monologo interiore. E pause di silenzio scandiscono il ritmo dello sviluppo interno dell'azione. Così l'anima è sempre presente in questi dialoghi.

L'anima, appunto, quella di tutti. La nostra.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook