Marta che guarda
9 Dicembre Dic 2012 2312 09 dicembre 2012

La regola del silenzio, di Robert Redford

Una volta, tanti anni fa, mi sono innamorata di Robert Redford. Avevo 15 o 16 anni e, mentre le mie amiche si struggevano per Simon Le Bon, io guardavo e riguardavo I tre giorni del Condor, Brubaker o La Stangata quando volevo anche un po’ di suspense, A piedi nudi nel parco quando mi bastava struggermi di romanticherie pure io.
Poi sono cresciuta, ho avuto altri amori virtuali (Simon Le Bon mai, però), ma Robert è rimasto sempre un po' nel mio cuore, anche quando ha incominciato a incartapecorirsi (e intanto sul web si dibatte se si sia fatto o meno il ritocchino). Anche perché nel corso degli anni ha dimostrato di non avere solo il sorriso più conturbante di Hollywood, ma anche un cervello e una sensibilità che altro che bellimbusto e basta.
Ecco, l'altra sera ho visto in anteprima La Regola del Silenzio (The company you keep), in uscita il 20 dicembre, diretto e interpretato da lui in persona e finalmente mi sono goduta per benino un bel filmone “impegnato”, un po' action, un po' giallo, un po' spy story, come solo gli americani li sanno fare.
Robert è Jim Grant, un avvocato e padre vedovo di una ragazzina di 11 anni, che si ritrova a dover fuggire dopo che un giovane reporter scopre la sua vera identità e il suo passato di attivista dei Weather Underground, un gruppo di sinistra radicale che tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta protestava anche con azioni violente contro la politica estera degli Usa.
Il cast è di quelli che garantiscono che più di tanto male il film non potrà essere: da Shia LaBeouf a Julie Christie, da Stanley Tucci a Susan Saradon, da Brendan Gleeson a Nick Nolte ad Anna Kendrick, Robert Redford ha riunito in una volta sola la crème di almeno tre generazioni di attori.
E tutti se la cavano benissimo.
Susan Saradon, che è un'ex attivista del gruppo diventata nella latitanza la tipica “housewife”, ha una scena con Shia LaBoef che ti verrebbe voglia di farle una standing ovation da sola: complice un'ottima sceneggiatura, dove ogni battuta è efficace, secca, intonata, acuta, l'attrice dà un saggio di recitazione che ne conferma, per l'ennesima volta, tutto il talento e la maestria. Dolente, pentita, ma convinta delle sue buone ragioni di allora, la Saradon dà una tale lezione di umanità e intelligenza al reporter sbruffoncello da lasciarlo muto e meditabondo, e noi con lui.
Che poi probabilmente era questa l'intenzione di Redford: riflettere su quell'esperienza protestataria che aveva coinvolto negli anni Sessanta e Settanta la sua generazione, partendo però dall'oggi, dalla prospettiva di chi a quel movimento aveva partecipato, ma che ora vive la mezza età.
E infatti sia lo stesso Redford sia Susan Saradon sia Julie Christie, sempre bellissima nonostante i 70 anni, hanno un noto passato di agguerrite battaglie pacifiste.
Inevitabile, allora, che il film sia pervaso in qualche modo da una malinconia che deve essere la stessa che prova il regista nel ripensare a quel passato in parte condiviso. Alla sua malinconia, però, si aggiunge quella che viene allo spettatore, o che almeno è venuta a me, nel vedere l'implacabile lavoro del tempo sugli attori che hanno accompagnato noi oggi quarantenni durante la prima giovinezza.
E se Nick Nolte, per dire, è quasi irriconoscibile sotto quella stazza da gigante, quei capelli bianchi e quella faccia ormai da bull dog, anche Robert Redford, che pure è in forma, non riesce a non tradire quella che è la sua vera età: 75 anni. Ma non sono le rughe a tradirlo, è quel suo incedere da uomo anziano, un'atmosfera che gli gira intorno e che stona, ahimè, non solo con il meraviglioso ricordo che io conservo di lui (il primo amore, si sa...), ma anche con il suo personaggio aitante e atletico. Che lui interpreta bene, come può vista l'età, ma che forse avrebbe dovuto lasciare impersonare a qualcuno un po' più giovane perché fosse credibile fino in fondo. A un mostro sacro come Robert Redord, però, si perdona tutto, o almeno io lo faccio: soprattutto queste piccole vanità da uomo anziano, che forse nascondono un'inconscia paura della morte... E, ancora una volta, come tanti anni fa, anche di fronte a questo film mi struggo. Ma di tenerezza.

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