Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
10 Dicembre Dic 2012 1146 10 dicembre 2012

E loro, quegli attori di una volta, dove sono?

A volte ritornano, si pensa in questi giorni parlando della Mummia B.
Qualche giorno fa, passeggiando in via Nazionale a Roma, mi sono imbattuto nella bella locandina di uno spettacolo molto apprezzato, che vede nel cast, come protagonista la brava Laura Morante. Nessun paragone, per carità, tra l’ex presidente del consiglio e la signora Morante, raffinata ed elegante interprete di tanto cinema. Ma, di fronte a quella locandina, mi è tornata in mente la fantastica edizione televisiva dell’Amleto di Carmelo Bene, in cui la giovanissima Morante interpretava il ruolo di Ofelia. Era il 1978. Allora ho cominciato a ripensare a quanti attori “ce l’hanno fatta”, grazie al talento e alla costanza: sono sopravvissuti alle crisi personali e di sistema, ai tagli, alla competitività, alla politica.

Ma ho pensato anche ai tanti, molti, che hanno smesso, che hanno mollato il teatro. Che non ce l’hanno fatta.
Mi capita, ad esempio vedendo dvd di vecchi spettacoli, di cogliere il volto, lo sguardo di qualche comprimario: magari una bellissima giovane, o un altero neodiplomato di qualche accademia. Eccoli in scena con Strehler, con Ronconi, con Castri…

Leggo i loro nomi in locandina, e non mi dicono nulla. Faccio ricerche, ma trovo solo flebili tracce. Dove sono oggi? Che fanno? Si sono ritirati? Sono spariti? Sono emigrati?

La dinamica del quarto d’ora di celebrità, della sostanziale sparizione, e poi della eclatante rentrée è un classico della vita d’attore: un tempo si favoleggiava di mirabolanti tournée in Sudamerica, o di viaggi alla ricerca di sé in India o di libri da scrivere, per celare il fatto che per un periodo più o meno lungo quell’attore si era eclissato dalle scene italiane, era stato dimenticato o proprio rimosso.

Per quel che mi riguarda, ho attraversato un paio di decenni da spettatore professionista. Ne ho visti tanti in scena: bravi, bravissimi, meno bravi, cagnacci. Appassionati e devoti; militanti e impegnati; frivoli e distaccati: attori e attrici che a vario modo e a vario titolo hanno attraversato – alcuni per un attimo, altri a lungo – i palcoscenici d’Italia. E assieme ai singoli protagonisti, ho conosciuto, a volte accompagnato, molti gruppi, giovani compagnie promettenti che sono state al centro dell’attenzione e del dibattito critico.

In particolare, ricordo gli anni Novanta: quella stagione oggi ha quasi un sapore mitico; erano anni di grande vivacità. C’era il grande magistero di Leo de Berardinis e ancora Carmelo Bene che tesseva capolavori di una sua nuova giovinezza; c’era Ronconi che si esprimeva in creazioni meravigliose; i Magazzini che firmavano opere memorabili (ah, quell’Hamletmachine…); ancora Teatro Settimo, Baliani e Paolini. Da non molto si erano affacciati alle scene gruppi come Raffaello Sanzio, Albe, Valdoca e già avevano impresso una accelerazione alla creatività.

C’erano e ci sono, fortunatamente, ancora. Ma le nuove generazioni di allora avevano immediatamente preso il testimone, assorbito e elaborato tutto ciò, trovando nel teatro terreno fertile per raccontarsi. Si parlò proprio di Generazione Anni Novanta, complice il lavoro critico di Antonio Calbi, di Paolo Ruffini e di Antonio Audino, e si misero in moto rassegne e festival, a fotografare l’esistente. A Roma come a L’Aquila (grazie al rimpianto Renato Nicolini), a Milano come a Palermo o a Rovigo si tracciavano nuove mappe della scena nazionale. In particolare a San Benedetto del Tronto, il vivace centro marchigiano, prese vita un festival, fatto di incontri, discussioni, spettacoli che si sostanziò in un movimento, chiamato “teatri invisibili”. Dei protagonisti di allora molti sono ancora, e con successo, sulla breccia: penso a Motus, Accademia degli Artefatti, Ascanio Celestini, Fanny&Alexander, e poi ancora Teatro Aperto, le Ariette, Scena Verticale, Sacchi di Sabbia, Oscar de Summa, Questa Nave e tanti altri. Ma molti sono appunto scomparsi. Che fine hanno fatto?

Me lo chiedo, perché davvero mi piacerebbe scoprire che strade hanno preso, che percorsi hanno scelto, come si sono evolute le loro potenzialità artistiche. A rileggere il bel libro di Pierfrancesco Giannangeli dedicato alle “invisibili realtà” (edizioni Titivillus) si scorrono foto e nomi di quegli anni. E ci sono alcuni di cui, davvero vorrei conoscere le sorti. Magari ne ho perse le tracce io, colpevolmente: loro continuano a lavorare da qualche parte, e io non lo so, e nel caso mi scuso, sin d’ora, per questa mancanza. Certo, si possono trovare notizie su Google, ma non è la stessa cosa.

Dunque provo a farne un primo elenco, e chissà che, grazie alla rete, non si scopra qualcosa degli attori di allora, di quei gruppi o di quegli artisti che muovevano i primi passi sul finire degli anni Novanta: Abesibè, Accademia De Gli Sventati, Margutte Teatro, Teatro della Spontaneità, Kokoschka Teatro, Scenadinamica, Ars Nova, Teatri Dispersi, Anna Stella, Guascone Teatro, Le Onde, Cooperativa Theatralia, Teatro delle Vergini, Teatro della Polvere, Il teatro viola, Studio Momus, Teatro Origine, Teatro dell’Aula, Ama Teatro, Ciclope, Teatro d’Oltre confine, Tacitodissenso, Silvia Iannazzo, La Bottega dei Manichini, Teatro dela Bugia, Piccole stelle, Le acque, Teatrodorzo….
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