Luciano Trincia
Il tornio
10 Dicembre Dic 2012 0909 10 dicembre 2012

La difficile transizione politica nell’Egitto di Morsi

La più importante di tutte le primavere arabe ha lasciato il posto a un inverno islamista, gelido e grigio. Per la maggior parte dei commentatori è questa la chiave di lettura delle recenti mosse del presidente egiziano Mohamed Morsi e degli scontri al Cairo degli ultimi giorni. Secondo questa analisi, la situazione in Egitto è degenerata a causa del tentativo operato dai Fratelli Musulmani di assumere il controllo totale della rivoluzione che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak nel febbraio 2011. Questa svolta autoritaria avrebbe provocato la reazione della popolazione civile, che si sarebbe sollevata contro Morsi, il nuovo Faraone, come aveva fatto allora contro Mubarak.


Eppure questa interpretazione dei fatti non tiene conto di alcuni dati dai quali è difficile prescindere. Innanzitutto il fatto che, per la prima volta nella storia del paese, Mohamed Morsi è un Presidente eletto in libere elezioni democratiche, seppure con una debole maggioranza. Politicamente, i Fratelli Musulmani che lo sostengono costituiscono una forza significativa in Egitto e rappresentano, insieme ai Salafisti, circa la metà della popolazione. In secondo luogo, che l’opera di consolidamento del nuovo potere incarnato da Morsi è ancora in corso: non solo i Fratelli Musulmani sono minoritari nel governo del paese, ma non controllano ancora né la polizia, né tantomeno l’esercito, con il quale si può dire abbiano concluso un patto di non aggressione. In tal senso, il tentativo operato da Morsi nelle ultime settimane è stato quello di liberare Presidenza e Assemblea costituente dall’ingombrante tutela che esercito e magistratura intendevano esercitare sull’Egitto del dopo Mubarak, cercando di sigillare il proprio potere rispetto a qualunque possibile infiltrazione proveniente dai superstiti del vecchio regime.


Lo scenario aperto in questi giorni al Cairo non è dunque quello di un popolo che affronta un dittatore, quanto piuttosto quello del rischio di una possibile guerra civile, di cui potrebbero approfittare del forze dell’ancien régime o, in ultima istanza, l’esercito. I militari, che ieri si erano fatti garanti della transizione, oggi potrebbero essere tentati di presentarsi come i guardiani della vera rivoluzione contro chi ne ha tradito lo spirito. Inoltre bisogna tener presente che l’Egitto è tradizionalmente il Paese più importante del mondo arabo, oltre che uno dei principali alleati americani in quell’area. Con la rivoluzione dello scorso anno, l’Egitto è tornato a costituire un punto di riferimento per le masse arabe come non accadeva dai tempi di Nasser, come ha dimostrato anche il ruolo cruciale svolto da Morsi nel rendere possibile la proclamazione della tregua tra Israele e Hamas durante la crisi di Gaza di fine novembre. E’ stata proprio la dichiarazione costituzionale adottata da Morsi il 22 novembre, all’indomani del successo conseguito grazie alla sua mediazione per Gaza, che ha infiammato la protesta facendo tornare i carri armati davanti al Palazzo presidenziale.


Considerando l’influenza che l’Egitto e la sua rivoluzione hanno sull’intero mondo arabo anche i timori internazionali su una possibile deriva sempre più illiberale dell’Egitto sono giustificati. Sicuramente, la sottovalutazione della società civile e laica dell’Egitto operata da Morsi è più che evidente. La metà dell’Egitto che non si riconosce nelle posizioni del Presidente egiziano ha evidenziato ancora una volta in piazza Tahrir le forti difficoltà che ancora pesano sulla transizione politica iniziato lo scorso anno. Nonostante il ritiro del contestato decreto costituzionale, che aveva aumentato in modo quasi illimitato i poteri presidenziali, proseguono le dure proteste dell'opposizione, che ha annunciato in queste ore una nuova mobilitazione in vista del referendum del 15 dicembre sulla nuova carta costituzionale. Le prossime settimane, se non i prossimi giorni, sveleranno qualcosa di più circa le vere intenzioni di Morsi: sapremo se il Presidente egiziano si limiterà a proteggere il processo rivoluzionario da possibili tentativi di ritorno al passato operati dai superstiti del vecchio regime o se imboccherà con sempre maggior convinzione la strada di un’involuzione autoritaria. Certo, i violenti attacchi della milizia dei Fratelli Musulmani contro i rappresentanti dell’opposizione non lasciano presagire nulla di buono.

Una cosa è però certa: l’Egitto sta vivendo un periodo transitorio troppo lungo e instabile, la società è spaccata in profondità e il prolungamento di questa situazione non fa altro che allontanare una soluzione pacifica. Solo una soluzione di compromesso può permettere di concludere positivamente la transizione politica iniziata con la caduta di Hosni Mubarak, evitare un ritorno all’ancien régime e offrire al paese una Costituzione che tutti gli Egiziani, compresi i Copti, i Salafisti e le componenti “laiche” della società civile egiziana, possano accettare.

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