Zhongnanhai e dintorni
11 Dicembre Dic 2012 2202 11 dicembre 2012

Jack London e la "Guerra alla Cina"

E' disponibile in libreria il racconto di Jack London "Guerra alla Cina. L'inaudita invasione". La pubblicazione va a merito della casa editrice ObarraO di Milano e del direttore della collana "Gli antecedenti" Marco Dotti. Il racconto è predecuto da una mia prefazione dal titolo "Tra smentite e conferme: la storia di fronte alla profezia di Jack London".

Presentazione
Nel 1904 Jack London viene inviato in Corea come corrispondente della guerra russo-giapponese. Colpito dall’intraprendenza economica dei cinesi, realizza che negli anni a venire l’Occidente dovrà confrontarsi con “il risveglio dell’Est”. Questo fantascientifico racconto del 1910 estremizza le paure più profonde diffuse nei paesi occidentali nei confronti del “pericolo giallo” narrando di una futura guerra preventiva contro la Cina che sfocerà in una radicale “soluzione finale”. London, con il suo potente stile visionario, anticipa scenari geopolitici, sociali e bellici impensabili agli inizi del secolo scorso, e ipotizza un apocalittico scontro tra civiltà e sistemi di pensiero che oggi, alla luce della formidabile ascesa della Cina a potenza mondiale, non può che lasciare stupefatti.

Estratto della prefazione
Quando Jack London pubblica nel 1910 il suo racconto “The Unparalled Invasion”, il Congresso degli Stati Uniti ha da pochi anni reso permanente la validità del Chinese Exclusion Act, legge del 1882 in base alla quale, per la prima volta nella storia statunitense, era stato drasticamente limitato l'accesso dei cinesi nel Paese. In un periodo di pesante crisi economica, quest'ultimi erano diventati per l'opinione pubblica i responsabili della disoccupazione e della diminuzione dei salari. I toni razzisti, caricati da una pervicace campagna di stampa, non erano monopolio di nessuna classe sociale, basti pensare ad un sindacalista come Samuel Gompers, presidente dell'American Federation of Labor, che parlava di differenze insuperabili tra bianchi e gialli, quest'ultimi presentati come esseri razzialmente inferiori che dovevano essere esclusi con la legge e la forza delle armi. I giorni in cui la laboriosità cinese – quella dei tanti “coolies” scappati in povertà dalla fine degli anni '60 da una Cina già scossa dalla potenza di fuoco occidentale – era stata tanto lodata quanto sfruttata nella costruzione della prima linea ferroviaria transcontinentale degli Stati Uniti, erano uno sbiadito ricordo. Ormai a predominare era la tematica dello “yellow peril”, cioè dell'invasione di una razza ritenuta tanto inferiore quanto pericolosa. La superiorità occidentale era convinzione diffusa, quanto mascheratura ideologica del colonialismo, e a darne ulteriore alimento era l'altrettanto indiscussa superiorità tecnologico-militare dell'Occidente. Lo scrittore e giornalista Thomas de Quincey condivideva agli inizi dell'Ottocento il ritratto di una Cina ormai fuori dal tempo: “La stessa antichità di tutto ciò che è asiatico, le istituzioni, le storie, le varie fedi ecc., è di per sé così impressionante che per me l'immensa vecchiaia della razza e del nome annulla il senso della giovinezza degli individui. Un giovane cinese mi sembra un antidiluviano rimesso a nuovo”. Piuttosto che in Cina avrebbe preferito andare “a vivere tra i pazzi o tra creature brute, prive di qualsiasi luce dell'intelletto”.

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