Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
11 Dicembre Dic 2012 1336 11 dicembre 2012

L’impossibilità del romanzo in Italia

Dal “Corriere” on line: "Per uccidere il nemico la ‘ndrangheta di Sant’Onofrio chiese aiuto al parroco di un paese vicino, don Salvatore Santaguida, che guida la parrocchia di Stefanaconi. Il prete è indagato con l’accusa di 416 bis insieme all’ex comandante della stazione dei carabinieri di Sant’Onofrio Sebastiano Cannizzaro "... Voi ditemi adesso come si fa a scrivere un romanzo in Italia che abbia un incipit folgorante come questo, col prete che si chiama Santaguida e dovrebbe guidare santamente una parrocchia e col comandante dei CC in combutta con i malavitosi. Ma neanche don Ciccio Ingravallo potrebbe essere più "pensato" in Italia, dove sembra che tutte le trame siano consumate.

Alcuni studiosi sostengono che il romanzo nasca da un manque de vie, da un'assenza di vita nel senso di un bisogno di vita in un momento di depressione e di stagnazione sociale. Il romanzo come proiezione e sublimazione freudiana individuale e collettiva: a luogo della vita immediata la vita mediata, immaginata, desiderata. Vita che non si può vivere nella realtà di primo grado e allora la si proietta in quella realtà di secondo grado che è il romanzo, il teatro, il cinema, la fiction. E' accertato che durante la Grande Rivoluzione il romanzo francese - che aveva avuto una grande esplosione nella metà del Settecento - languì: gli spiriti erano occupati dall'effervescenza del reale che non negava nulla all'immaginario: sollevazioni, scene di piazza coi sanculotti armati di picche, esecuzioni di uomini e di re. Sangue dappertutto: che goduria! Insomma il romanzo era "per le strade" perché inventarselo? Esplose però subito dopo, durante la Restaurazione (Il Rosso e il nero nasce in questa dialettica), perché il reale in quel momento "si negava". Il romanzo diventa perciò ottativo: invoca universi mentali e morali in quel momento inesistenti. Parimenti avvenne con il ’68: si preferì alla scrittura di universi narrativi paralleli, la sassaiola per strada, il “c’eravamo tanto armati” , gli spari e poi i processi che neanche Julien Sorel…

In Italia il romanzo è mancato per tutto il Settecento e l'Ottocento (escluso I promessi sposi, ma è come immaginarsi una città con una sola chiesa, col solo Duomo!). E ciò per due ragioni principalmente: da un lato perché ci piace cantare piuttosto che scrivere (o leggere, che fatica leggere per un popolo di vitalisti: la lettura è una piccola morte per gli italiani) e il nostro romanzo è stato perciò il Melodramma, l'Opera; dall'altro perché siamo stati sempre molto vivaci e non abbiamo avuto bisogno di inventarci mondi paralleli dove rifugiarci. Da noi perciò il romanzo, quello a trama proliferante, è dunque quasi impossibile, perché il nostro "bisogno di romanzo" si soddisfa nell' immediato piuttosto che nel mediato, nella realtà piuttosto che nelle pagine scritte. Si prenda la vicenda del sequestro di Emanuela Orlandi e dell'omicidio di Calvi (nel ponte dei Frati Neri!, neanche un romanziere di appendice avrebbe immaginato un posto simile per impiccare un banchiere o il banchiere per suicidarsi), della banda della Magliana, di Reantino De Pedis, dei mafiosi, dei Monsignori, del Vaticano che finanzia coi soldi dei malviventi (240 miliardi di lire provenienti da spaccio di droga, prostituzione ecc ecc) il sindacato polacco di Solidarnosc, insomma degli intrecci più incredibili e fantasiosi. Inverosimili? In un romanzo! Da noi sono semplicemente veri, nella realtà. Da noi la realtà inventa le trame più incredibili e inverosimili e non si preoccupa di essere verosimile, perché è vera!

Quel poveraccio di untorello di Dan Brown s'è dovuto inventare le trame più incredibili e inverosimili per scrivere "appena" un romanzo. Noi che i romanzi li facciamo d'emblée possiamo dirgli: ma chi ti credi di essere?

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