Andrea Guarise
ABC. A-Always, B-Be, C-Closing
11 Dicembre Dic 2012 1012 11 dicembre 2012

Può l’Europa investire nella crescita (ri)partendo dal settore immobiliare?

Una ricerca del McKinsey Global Institute (MGI) pubblicata pochi giorni fa, rileva che gli investimenti privati sono stati la componente del PIL più colpita nel corso dell’ultimo anno, e se consideriamo il periodo 2007-11, in Paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, l’Italia, la Spagna e il Regno Unito gli investimenti privati sono diminuiti del 75%, per raggiungere la cifra di 350 miliardi di euro per l’intera EU-27. Da dove ripartire?

In passato, i consumi privati sono stati la forza trainante dietro la maggior parte dei recuperi economici a seguito di crisi più o meno intense. Oggi però gli alti tassi di disoccupazione, e di debito personale, hanno reso i consumatori cauti nell’affrontare le spese. Lo vediamo ogni giorno. I governi europei, d’altro canto, stanno sentendo il peso dei debiti pubblici di grandi dimensioni contratti nei decenni precedenti, e la pressione per attuare strumenti per ridurre tale indebitamento. E se le esportazioni hanno giocato un ruolo significativo nella tenuta delle economie di gran parte dei Paesi europei, c’è da chiedersi quanto e se potrà durare questa situazione, dato che per molti Paesi è la stessa Europa il mercato principale di riferimento delle proprie esportazioni.

Ma la crisi non ha colpito uniformemente l’intero continente, tutt’altro, come dimostra la tabella precedente, i GIIPS (o PIIGS) e il Regno Unito hanno e stanno subendo i contraccolpi più pesanti, e il settore delle costruzioni e dell’edilizia è quello più colpito e che più pesa, con un meno 49% di investimenti. E se confrontiamo il peso degli investimenti nelle cinque principali economie del continente, notiamo che in Italia il peso degli investimenti nel comparto immobiliare è ben al di sotto del livello degli altri competitors europei. Ma attenzione, questo dato non deve trarre in inganno: sono cumulati anche gli investimenti pubblici in infrastrutture, e il continuo riammodernamento di queste stesse infrastrutture, nota dolente per il nostro Paese.

Ed è lo stesso rapporto MGI a suggerire, difatti, che è il modello del comparto immobiliare, ovviamente diverso da Paese a Paese, che deve cambiare. Se l’Europa dovesse raggiungere i suoi obiettivi, in ambito di energetico, per il 2020, l’adeguamento di edifici esistenti e il miglioramento dell’efficienza energetica dei nuovi edifici potrebbe portare a circa 37 miliardi di euro all’anno di investimenti tra il 2010 e il 2030.

L’ultimo rapporto MGI però davvero merita una lettura attenta e critica, perché analizza, e cosa più importante suggerisce tutta una serie di azioni che il settore privato, e soprattutto quello pubblico, potrebbero attuare nei prossimi mesi. Che c’entra con il settore immobiliare? Semplice: ogni edificio a pensarci bene è una scatola vuota se non è popolato e vissuto da persone e lavoratori che producono reddito e investimenti, e che quindi, in definitiva sono il vero unico grande motore di ogni cosa. Il mattone è un mezzo.

Ecco perché analizzando brevemente la scheda dell’Italia, il rapporto MGI lascia trasparire tutta una serie di “questioni aperte” che ben conosciamo. Per la maggior parte degli anni ’80 l’Italia presentava un tasso di investimento superiore alla media europea, e questa situazione si è ripetuta tra il 2000 e il 2005, spinta dagli investimenti nel comparto immobiliare e nella manifattura, tralasciando però settori come i servizi locali, e di pubblica utilità (educazione, salute, PA, difesa), il tutto se confrontato con la tabella precedente (Exhibit 10) rende ancor meglio l’idea in un contesto europeo. Ma il vero polso della situazione si ha confrontando gli anni dal 2007 al 2011, quando il PIL è passato da 1.567 miliardi a 1.497 miliardi di euro, con una di munizione dei consumi privati per 9 miliardi di euro, con gli stessi investimenti privati crollati di oltre 52 miliardi di euro, a cui vanno sommati il calo degli investimenti pubblici e delle esportazioni nette per un totale di circa 8 miliardi di euro. Rispetto al 1981, con i dovuti aggiustamenti, il calo di investimenti privati nel 2011 si attesterebbe a ben oltre i 59 miliardi di euro.

E il futuro? Da dove ripartire? Secondo il rapporto MGI ci sono i settori come quello dei trasporti e delle utilities dominati dalle imprese pubbliche che dovrebbero essere liberalizzate per generare maggiore concorrenza, come certe servizi professionali fin troppo regolamentati. Parole che nell’attuale scenario politico paiono lontanissime. Il resto, lo consiglio caldamente, lo lascio alla vostra lettura.

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