Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
12 Dicembre Dic 2012 1207 12 dicembre 2012

"Il Novecento è il secolo nostro": Paolo Poli e Lele Luzzati in un libro.

È uscito un bel libro, di cui certo vale la pena parlare. Bello non solo come oggetto, ricco com’è di immagini raffinate, ma bello perché sembra un gioco di scatole cinesi. A scorrere le pagine, infatti, si scoprono, uno dopo l’altro, mondi, storie, culture, situazioni diverse.
Stiamo parlando di “Paolo Poli e Lele Luzzati: il novecento è il nostro secolo”, scritto con mano felice da Marina Romiti e edito da Maschietto Editore di Firenze.
Per chi non lo sapesse, ma penso siano pochi, Paolo Poli è uno dei grandi maestri del teatro italiano: protagonista delle nostre scene dalla fine degli anni Cinquanta; e Lele Luzzati, raffinatissimo pittore e scenografo, è stato a lungo sodale del percorso creativo di Poli.
Ma il libro non è tanto e solo una “storia del teatro”, fatta di ricordi e aneddoti (o di pettegolezzi, giacché il toscanaccio Poli non ha mai taciuto battute o frecciatine all’indirizzo di tutti).
È, piuttosto, una storia dell’arte italiana - soggettiva, soggettivissima, per carità – di uno dei più raffinati e colti intellettuali del secolo passato. Poli è allievo di Roberto Longhi, fine critico e studioso d’arte: così capita, nel libro di passare dal Seicento lombardo a De Chirico, da Masaccio a Cellini, da Picasso a Mattia Preti. Ma attenzione, questo racconto non è mai pedante, vuoto sfoggio di conoscenze; perché Poli ha in sé l’arte della leggerezza, dell’ironia, della fantasia sfrenata e pungente. Così, Natalia Aspesi, nell’introduzione, afferma che questo libro «riesce a rivelare tanto di più di quello che sul palcoscenico e in molte altre interviste ci è stato raccontato: una cultura artistica profondissima, un sapere straordinario, una vita fatta di orgoglio, e sincerità, di passione e rettitudine, di solitudine e ombra, ma anche di profonda, taciuta malinconia. Una vita ricchissima, che è il racconto più nostalgico e raffinato del Novecento».
Il flusso della conversazione scorre, sul filo del ricordo, chiamando in causa Mussolini o Maupassant, la legge Merlin e sant’ Agostino, la commedia dell’Arte e Schoemberg, Jarry e Ravel, Brigitte Bardot e Carmelo Bene. È una festa del gusto, dell’intelligenza, dell’arguzia: proprio come sono sempre stati – e sono ancora oggi – gli spettacoli di Poli. Grandi affreschi capaci di tessere assieme l’alto e il basso, il comico e il poetico, il classico e il popolarissimo. Sempre sul filo dello scandalo, dell’indecenza, del sottile (ma neanche troppo) doppio senso, Paolo Poli ha giocato con arte con il travestimento, ma – come ricorda Aspesi - «il suo talento è sempre stato quello di diventare nei suoi spettacoli una signora (santa Rita, Caterina de’ Medici, Carolina Invernizio, la Vispa Teresa, la Nemica) senza mai sembrare un travestito: ma regalandoci la sublimazione della donna, se necessario molto bella, e talvolta, solo quando indispensabile al personaggio, un po’ grottesca». E alla felicità di questi spettacoli “all’antica”, fatti ancora coi bei costumi, con le quinte dipinte, con i “boys” che cantano e ballano, ha contribuito certo l’estro appartato di Lele Luzzati. Dal 1967, e poi sistematicamente dal 1990, una collaborazione continua, una amiciza storica che si cementa (e si cimenta) nella creazione d’assieme: Poli sembra ormai illegibile senza il tratto di Luzzati. Un legame professionale raccontato con dovizia di particolari, ma che l’attore e regista sugella così: «Io gli davo le indicazioni, lui faceva come gli pareva». I due hanno attraversato diversi mondi, restando fedeli a se stessi: Gozzano, Savinio, Apuleio, Swift, Dumas, Satie, Palazzeschi, Diderot, Wilder, Ortese e altri, fino a Pascoli, il retrivo Pascoli, con Aquiloni, che Paolo Poli porta in tournée quest’anno. E posso immaginare la difficoltà della brava Marina Romiti a tenere le redini di questa lunga e articolata intervista. Poli tende a svicolare, a sottrarsi alle domande dirette: procede per associazioni azzardate, spiazzanti, soprendenti. Mette continuamente alla prova l’intervistatore. Consentitemi un ricordo personale: anni fa, al Teatro Due di Parma, dovevo gestire un incontro con il pubblico in occasione dello spettacolo di Poli. Lui mi convocò, un’oretta prima dell’orario stabilito, per chiacchiareare un po’, per conoscerci, mostrandosi – giustamente – diffidente nei confronti di uno sconosciuto giornalista.
Di tanto in tanto faceva domande apparentemente svagate, ma insidiose: «Come si chiama quel pittore che faceva tutte quelle bottigline?» e io, timido: «Morandi». E lui: «ah già…» come se se ne fosse ricordato in quel momento, e riprendeva a raccontare. Dopo poco: «o come si chiamava quell’altro, quello che faceva tutte le mucche maremmane?» e io, diligente: «Fattori». Ho risposto bene anche su Rosai, ho bofonchiato impreparato su De Pisis, ma ho retto su Rosso Fiorentino e Savinio. A quel punto, solo a quel punto, passato l’esame (anche se non a pieni voti), Poli si è rilassato e mi ha “accettato” in quanto intervistatore. E con molto piacere, allora, ho ritrovato quella malizia anche nelle belle pagine di questo libro: che rende merito non solo all’artista agli artisti, ma anche, e soprattutto, a due intellettuali che hanno contribuito a rendere più bella, e più divertente, questa italietta.

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