Gaetano Farina
Leggere il mondo
13 Dicembre Dic 2012 0952 13 dicembre 2012

Nel calcio, vincono i più ricchi

Con la sbarco degli sceicchi arabi nel mondo del pallone, il calcio appare sempre più un affare per ricchissimi e i risultati delle competizioni nazionali ed internazionali ne rappresentano le prove concrete. Sul campo vince quasi sempre il più forte, nel senso di più dotato strutturalmente e finanziariamente. Gli ultimi due esempi più eclatanti sono il Manchester City di Roberto Mancini e il Paris St. Germain allenato dall’altro italiano Carletto Ancelotti. Quella che è sempre stata la seconda squadra di Manchester, seppur appena estromessa dalla Champions, ha conquistato l’ultima Premiership, un obiettivo che, sino a poco tempo fa, cioè prima che le proprie casse venissero riempite d’oro dagli sceicchi, rappresentava un lontano miraggio (tanto che l’ultimo scudetto risaliva al 1968 e l’altro, che completava il palmares, al 1937). Il primo club di Parigi, anch’esso a digiuno di successi da lungo tempo, grazie alla nuova proprietà qatariota, ha acquistato, a suon di milioni, top player in ogni reparto (Lucas, Pastore, Thiago Silva, Ibra, Lavezzi, Verratti, Thiago Motta, ecc.) e pare destinato a riconquistare, dopo quasi vent’anni, il titolo di Francia e a ben figurare, almeno, nella seconda fase di Champions.

Il “problema” di come vincano sempre di più i “molto ricchi”, a giudicare almeno dalle statistiche degli ultimi cinque anni, viene analizzato dal nuovo libro del giornalista-opinionista Mario Sconcerti intitolato proprio “Il Calcio dei Ricchi” e pubblicato, ancora una volta, da Dalai come il precedente “Storie delle Idee del Calcio” in cui lo stesso giornalista si cimentava nel raccontare le filosofie calcistiche, promosse da allenatori e club, che si sono susseguite dai tempi di Rocco ai nostri giorni. Questo nuovo libro ha, invece, l’obiettivo di denunciare lo strapotere dei più ricchi, favoriti anche dal sistema di vendita dei diritti televisivi, che rischia di condurre ad un'estrema selezione dei vincitori, quindi a un pericolo di noia in tutti i grandi campionati. “La bravura sta quasi soltanto nell'avere soldi”, ormai. Del resto, anche i nostri club hanno sempre riflesso il sistema di potere economico del paese: la Juve si è sempre identificata con la FIAT e la famiglia Agnelli, il Milan, dagli anni ’80, è stato preso dall’imprenditore italiano più ricco (Silvio Berlusconi), l’Inter è di proprietà (e lo era già stata nei trionfali anni ’60) dalla famiglia Moratti, una delle più importanti “dinastie del petrolio” non solo a livello nazionale. Sebbene ci sia stato spazio, in questi anni, anche per qualche “favola”, come quella del Chievo, ed esistano ancora modelli gestionali virtuosi come quello dell’Udinese, dell’abilissima famiglia Pozzo, che scopre dal nulla campioni da rivendere a cifre altissime ai club più blasonati.

Il divario sempre maggiori fra “ricchissimi” e “meno ricchi” è comunque solo un tema, seppur il più importante, dell’ultimo lavoro di Sconcerti che propone anche altre analisi riguardanti le ultime cinque stagioni calcistiche. Per esempio, sono cambiati l'80 per cento dei tecnici. I migliori sono andati via (Capello, Mancini, Spalletti, Ancelotti, Prandelli, Trapattoni, Sacchi, Lippi) sostituiti da quarantenni (alcuni anche under 40) che hanno portato il loro modo di giocare. E, poi, ci sono altre questioni “scottanti”: perché, dopo Totti e Del Piero, da vent'anni non abbiamo più avuto un fuoriclasse? Cosa lo ha impedito? E ancora: perché in Italia il 60% delle squadre gioca con il 3-5-2, schema in quasi totale disuso all'estero? È forza o paura? Sono stati anche gli anni della grande guerra tra Juve e Inter. “Calciopoli è stata superata, la Juve era colpevole e ha pagato. Ma molte altre intercettazioni hanno fatto capire che nessuno meritava di essere premiato con uno scudetto”. È tempo di rileggere i documenti e calare la vicenda in una realtà che si è dimostrata molto più ampia…

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