Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
13 Dicembre Dic 2012 1015 13 dicembre 2012

Trenord e BPM. Agony milanese?

Per sapere cos’è diventata Milano oggi basta leggere il libro acuto, accorato e sferzante di Marco Alfieri, La peste di Milano (Feltrinelli 2009). Vi si troveranno descritti tutti i mali di cui soffre oggi la città: la sconfitta del riformismo, ossia la capacità di pensare collettivo e di saper amministrare in vista degli interessi generali, come le forze politiche cattoliche e socialiste hanno saputo fare per decenni; la decapitazione della classe politica dopo Tangentopoli; la “romanizzazione” del capitalismo, ovvero gli intrecci perversi di affari e politica con la prevalenza della finanza di relazione sul quella di mercato, il crescere delle clientele in una città un tempo dotata di spirito di “frontiera” ossia generosa e giusta con i capaci e i meritevoli; l’aggressione lungamente taciuta e tollerata della criminalità organizzata, ecc ecc. Io aggiungerei: la desertificazione culturale e la clorosi degli intellettuali e adesso il crash tecnologico e amministrativo (arrestato l'ad Biesuz) di Trenord impensabile nella città del Politecnico e dell’Ingegner Gadda, allorché si scopre che dei computer mal programmati che dovevano gestire “semplicemente” i turni dei macchinisti sballino a tal punto da generare l'immane caos che s'è visto in questi giorni. Il management delle Trenord si scusa e apre una inchiesta. I pendolari ridono amaro, sanno che restiamo il Paese dove di fronte a una fuga di di gas invece di aprire una finestra si apre un’inchiesta.

Io non so se una tale situazione che non si può guardare con nessuna gioia di disgrazie altrui (Schadenfreude) ma con la necessaria partecipazione emotiva che una grande città come Milano merita - anche perché se si ferma Milano si ferma l’Italia-, segni il punto esatto di una crisi da declino irreversibile, qualcosa che porti a destini alla Ceram di Civiltà sepolte o al rovinismo di Volney ossia al pianto accorato sul declino delle grandi civiltà…

Certo è che il treno è il mezzo che a livello urbano e interregionale è ancora il più perfetto sistema di locomozione che combina alla perfezione le categorie di spazio e di tempo. E quanta letteratura non è nata da questo mezzo? E quante avventure non vi sono state ambientate? Rammento solo - da aspirante flaubertologo e al solo scopo di confortare gli affranti pendolari lombardi con una storiella piccante-, che era appena stato inaugurato il tratto ferroviario Parigi- Mantes (1844) che già Flaubert utilizza la ferrovia per i suoi appuntamenti galanti con Louise Colet: il treno forniva ieri (come oggi i telefonini per gli amanti adulterini) un formidabile assist tecnologico. Nel caso dello scrittore normanno : il sesso lontano da sguardi indiscreti, con celerità di spostamento e risparmio di tempo, un tragitto rettilineo rispetto alla ragnatela della grande città.

I treni sono stati al centro della Nervenleben della metropoli della vita moderna (Georg Simmel). Oggi a Milano sono solo nervi a fior di pelle, nervi senza quella vita luccicante e brulicante che ti può dare solo la rapidità dello spostamento. E il paragone tirato non sulla perfida Germania e neanche su quei tedeschi al quadrato che sono i finlandesi o gli svedesi ma sugli spagnoli e i catalani fa davvero rabbia e invidia, basta aver preso i treni tra Girona e Barcellona o tra Madrid e Toledo.

Dalla mia postazione di piccola vedetta (non lombarda ma amis) letteraria ho scrutato il mio orizzonte gaddiano per una fuggevole ricognizione di temi sul vivere ai tempi dell’Ingegnere nella grande città e dintorni. E Milano per lui era questa:

L’assiduità pertinace alle incombenze del giorno, la legittima brama del guadagno, del benessere, una solidità cordiale e civile. Credere e operare nel bene, cavar zecchini il più onestamente possibile dal tempo mortale. Tutto si adempie, a Milano, in una sicura esattezza, che è garanzia e conforto del vivere, incitamento ad aver fede nel domani, e soprattutto, nell’oggi. (C.E. Gadda, Il tempo e le opere).

E anche, con verve futurista, la città è ritratta come in un quadro di Sironi (o di Hopper se lo avesse mai conosciuto):

Treni elettrici hanno soppiantato, nella pianura chiara o cupa, le cavalle al galoppo: rotolanti locomotori con scintille bluastre al pantògrafo nelle ombre di sera trascorrono davanti le rosse certose. I distributori di benzina, i loro tubi al neon sono oggi il più bel vezzo per la città del Luini, del Parini. Le cornici di cotto del Filarete o del Bramante sembrano al paragone sopravvissuti capricci di una Cina paleolitica”. (C.E. Gadda Il tempo e le opere).

Ecco non c’è più la sicura esattezza. Ne sanno qualcosa tutte le “ragazze Carla” lasciate nello sconforto e nella rabbia in fredde giornate di dicembre in stazioni grigie e malinconiche nella ressa di gente abbandonata al proprio destino...

Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all'ombra del Duomo
Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, sorrida e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED
qui tutto il mondo...
è certo che sarà orgogliosa.
(Elio Pagliarani, La ragazza Carla, 1965)


***

Per la banca popolare più grande di Milano bastano alcuni accenni preceduti da una nota gaddiana puntualissima, come sempre, sulle banche cooperative e popolari.

L’idea motrice (a sfondo giustizia sociale) era (…) quella che il sovrappiù di lucro accantonato dall’emporio nella felice esuberanza della sua propria auto-gestione, ritornasse a mano al consumatore-acquirente-azionista: sotto forma tangibile di dividendo (detto allora «frutto» o «interesse», cioè ripartizione di utili. Banca Popolare Cooperativa Anonima di Milano, fondata (1865) dall’allora giovanissimo Luigi Luzzatti poco dopo quella di Lodi (1865: prima in Italia) e coeva pure a quelle di Cremona e Bologna (1865). (…)« L’idea cooperativa» e «il movimento (=prassi) cooperativo» «si sviluppano» in tutta Europa dal 1840 circa, «apostoli » in Germania Schulze-Derlitzsch (casse rurali) e Rafleisen: (banche cooperative). In Italia Francesco Viganò e l’infaticabile Luigi Luzzatti (Venezia, 1 marzo 1841; Roma, 29 marzo 1927; economista, sociologo, filantropo, docente universitario, ministro del Regno, senatore del detto, ornato di pappafico) legano i lor nomi al movimento cooperativo e delle «banche popolari» e «casse rurali»: da 4 banche di tipo cooperativo nel 1865 si perviene a 140 nel 1880, a 694 nel 1890, a 736 nel 1908. (Acme dello sviluppo fra il 1880 e il 1890). Azioni da lire 5 a lire 50, negli intenti suddetti. Il dispositivo di legge del 1882, «regolamentando la materia», stabilisce l’obbligo (già consuetudine) della nominatività delle azioni. Dispositivi statutari limitarono a un massimo (non superabile) le azioni da possedersi pro capite: per es. tante fino alla concorrenza massima di lire 5000 a persona. Donde la comune pratica di intestarne alla moglie e ai neonati: sono gli anni dei pargoli cooperatori, o cooperativi…(C.E. Gadda, L'Adalgisa).

Da anni la Banca Popolare di Milano si dibatte in una crisi che sembra non trovare sbocchi. Il valore delle sue azioni oggi è da prefisso telefonico, dello 0,4236 qualche istante fa per essere esatti come un ingegnere. Aggredita nel recente passato da compagnie di giro di politicanti appoggiati da tutto l’arco costituzionale e da giovanotti messi lì a gestire il lavoro sporco di relazione- come dei Sancho che devono parlare col parroco rispetto all’Hidalgo alle prese direttamente con Dio-, è barcollante sotto i colpi della sopravvenuta crisi mondiale del debito.
Messa di fronte alla scelta di allargarsi e rafforzarsi con acquisizioni di altri istituti di credito ha ricevuto il niet da parte dei sindacati che temevano il diluirsi della loro forza di controllo del pacchetto di voti dei soci con i quali gestivano di fatto la banca in tutti gli aspetti della vita amministrativa, compresa la nomina dei dirigenti. E qui gli elitisti Mosca-Pareto-Michels diventano degli etilisti dalla rabbia.

Adesso si apprende che il nuovo management ha sciolto il gruppo informale di controllo di "Amici della BPM" e tenta di divincolarsi dall’abbraccio mortale dei sindacati. Il che vuol dire - essendo questo stesso management frutto di indicazioni sindacali-, almeno alcune cose incomprensibili per chi (non io) ha studiato capitalismo finanziario: a) il management dà un calcio alla scala sindacale con la quale era salito in cima alla banca (messer Niccolò da Firenze apprezza e sta a vedere); b) si vuol fare la rivoluzione con l’assenso dei carabinieri; c) il frate delle buone intenzioni si scambia la barba con il diavolo delle cattive.

Una bella pochade in questa fredda Milano decembrina in cui si assiste a quel vaudeville alla Feydeau (se non fosse un fatto così tragico per la vita quotidiana di milioni di persone) di treni che stazionano senza macchinisti e di macchinisti alla vana ricerca di treni).

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