Nicole Di Ilio
The ®esistance
13 Dicembre Dic 2012 0019 12 dicembre 2012

Una Shministim contro il Mossad: il "No" di Omer Goldman

E’ una Shministim. Dice “No” al servizio militare. Per lei ventuno giorni di carcere. Questo, il prezzo del coraggio di Omer Goldman, non solo una semplice ragazza cresciuta nei ricchi sobborghi di Ramat Hasharon (distretto di Tel Aviv) ma la figlia del vice-capo del Mossad N. Goldman. Un padre “ingombrate”, un gesto “dissacrante”. E il delicato rapporto padre-figlia si incrina. Omer si ribella, respinge qualsiasi forma di violenza. E si rifiuta pubblicamente di arruolarsi nell’esercito (atto obbligatorio per tutti i giovani israeliani) poiché convinta della profonda ingiustizia (“crimini di guerra”) che il suo governo sta perpetrando con l’occupazione dei territori palestinesi. La pena? La prigione. Si fa arrestare e sconta la sua pena: ventuno giorni di carcere. Ventuno giorni di carcere, in quella cella troppo piccola e troppo stretta per chi ha sete di libertà e vuole continuare a lottare per le sue idee. Finalmente “libera” le viene nuovamente proposto di indossare la divisa. Non cade nella trappola, non cede. Omer segue i dettami della sua coscienza e non tradisce i suoi ideali. I giorni passano e la “ribelle” dimagrisce a vista d’occhio, sta male e, alla fine, viene esentata per motivi di salute. Questo, però, non le impedisce di continuare la sua battaglia al di là delle sbarre: partecipa a diverse dimostrazioni e parla pubblicamente contro quella che lei considera un’ingiustizia perpetrata dai suoi connazionali contro una popolazione civile innocente. Ma la sua presa di posizione le costa parecchio: la freddezza degli amici e il silenzio del padre che rifiuta qualsiasi contatto con lei.
Omer è fermamente convinta della sua battaglia. Desidera cambiare ciò che le sta intorno. Prova a lottare per il profumo della civiltà. “Si può fare della nostra vita una grande lotta, ma devi scegliere le tue battaglie”, afferma paradossalmente con un gergo militare. E lei, la sua, l’ha già scelta. Continua a combattere e rimane ferma nella sua posizione (non condivisa dall’intoccabile "potere") perché tra venti o trenta anni potrà dire di aver provato a fare qualcosa. Non sarà rimasta a guardare il veloce susseguirsi delle ingiustizie. “Essere stata in prigione non aiuterà nessuno dei palestinesi che conosco, ma almeno mi sarò battuta per quello che credo sia giusto, sostenere che la violenza non può essere la risposta”. Questa la risposta decisa di Omer Goldman. Questo il “credo” di una giovane donna che, con il rifiuto, tenta di scalfire dall’interno un sistema repressivo e cancerogeno che, in Medio Oriente, si protrae da quarant’anni. La sua maturità, espressa con coraggio e determinazione, viene calpestata dalle ragioni militari israeliane, in una negazione dei valori fondanti il rispetto della persona.
Ma Omer va avanti per la propria strada. Lei ci prova. Mette da parte la paura. Prova a guardare oltre. Ad andare controcorrente. Prova ad agire e, soprattutto, a reagire.

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