Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
15 Dicembre Dic 2012 1654 15 dicembre 2012

A proposito di Wordstar(s): due grandi attori per attraversare il 900

È un intrigante e ironico “compendio” di storia del teatro, questo allestimento. Sto parlando di Wordstar(s), testo di Vitaliano Trevisan, regia di Giuseppe Marini con, in scena, Ugo Pagliai e Paola Gassman, assieme a Paola di Meglio e Alessandro Albertin.
È, insomma, e soprendentemente, un gioco sottile di metateatralità. Intanto perché mette in scena Samuel Beckett: non un testo di Beckett, ma proprio lui, Samuel, uno degli autori teatrali più rappresentati e amati al mondo, tanto da diventare modello, addirittura aggettivo: “beckettiano”, a segnare un modo di non comunicare comunicando. Ma anche e soprattutto perché la sontuosa edizione di questo allestimento, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto, sembra essere un gioco di “scatole cinesi”.
A dirla brevemente basterebbero due minuti: il testo racconta le ultime ore di vita di un grande scrittore, lo spettacolo è bello, e funziona. Ecco fatto, anche meno di due minuti.
Ma invece Wordstar(s) ci consente qualche ragionamento, e appunto ci permette di dire che siamo di fronte al “bignami” teatrale. A un pastiche intelligente, divertente; a un fuoco d’artificio di contenuti. A un gioco di scatole cinesi, appunto: due attori di grande scuola, interpretano un testo contemporaneo, che parla di un autore del 900 che ormai è diventato un classico.
Cominciamo a scandagliare meglio.
Lo spettacolo vede coinvolti Pagliai e Gassman, ossia due pilastri della scena nazionale, da oltre trenta anni in scena, che hanno attraversato diverse pagine della storia del teatro italiano.
In loro si avverte e si vede, con estremo piacere per lo spettatore anche poco accorto, una sapienza, un magistero interpretativo che prende le mosse da una felice stagione ormai passata e lontana: quella del mattatore, del grande capomicato. Inutile, qui, ricordare Vittorio Gassman, forse ultimo baluardo di quel teatro “all’antica”, in cui le doti attorali venivano declinate in forme interpretative che certo servivano l’Autore, ma riuscivano anche a superare il dettato testuale per raggiungere modalità espressive altre, spesso sublimi. Per dirla grossolanamente: l’attore-mattatore dava vita a una partitura gestuale-sentimentale straordinaria reinventando i personaggi sul proprio essere: è la scuola di Eleonora Duse, tanto per fare un esempio storico. (Poi, ovviamente, c’era l’altro lato della medaglia: il gigione, il trombone, quello incapace che ci prova senza riuscirci, oppure il cascame degli epigoni, ancora oggi, che non sono altro che parodie manierato e sterili di un teatro che fu).
Allora è bello vedere Ugo Pagliai e Paola Gassman mettersi in gioco, “smussarsi” e cambiare i codici d’attore, smontare le battute in stridii espressionisti o in minimalissimi sussurri d’umanità. Insomma, travalicare il personaggio per far spazio alla persona. È bello vederli dar corpo e voce alla scrittura assolutamente ipercontemporanea di Vitaliano Trevisan, in un testo che scarta decisamente rispetto a quel “repertorio”, appunto tradizionale o classicheggiante, da cui pure i due attori erano partiti.
E qui veniamo, allora, a Trevisan.
Parlare di teatro a proposito di Vitaliano Trevisan, scrittore pluripremiato, dalla cifra nitida, tagliente, significa confrontarsi con un pensiero netto, spesso provocatorio. Il teatro – o meglio, la drammaturgia – è oggetto e soggetto di grande interesse da parte del romanziere vicentino: lo frequenta, lo conosce, lo scopre di giorno in giorno, lo pratica come autore o come attore. E ne fa territorio di riflessione sistematica, di analisi critica oltre che creativa. L’aspetto significativo, assolutamente interessante, è che la visione del teatro di Vitaliano Trevisan non è affatto “autore-centrica”. Ma, piuttosto, “attore-centrica”. L’attenzione, la cura, la predisposizione dello scrittore, infatti, si declina in uno sguardo, complice e addirittura affettuoso, per la figura dell’attore. Trevisan destituisce (o quasi) la regia del ruolo totalizzante, invadente, maieutico rispetto al testo: i registi, spesso, fanno danni, sembra dirci l’autore. Meglio rapportarsi direttamente all’Attore, di cui Vitaliano assume sinceramente le parti: ne accetta fragilità e umanità, ma ne fa esplodere la potenza assoluta in quanto testimone e interprete, sincero, della parola.
La parola, ecco il fuoco: qui si incentra la tensione, la millimetrica precisione, la folgorante intuizione. A teatro la parola è arma, è forza, è arte: non è un caso se Trevisan mantiene rapporti di fratellanza emotiva e autorale con due inquieti cesellatori dell’alfabeto come Thomas Bernhard e, appunto, Beckett. Del primo, sembra tornare la visione caustica nei confronti del mondo, nell’equazione Vienna=Vicenza con cui l’autore – o meglio gli autori – dichiara senza mezzi termini la propria “non appartenenza” alla città veneta, denunciano l’impossibilità di un allineamento.
Tutto, però, si traduce in parola: ossia la parola che si fa azione, gesto politico e dunque sociale, oltre che artistico. Parola essenziale, sempre più scarnificata e santificata. Ecco Beckett, dunque: perché l’assurdo ormai è sempre più reale, concreto, giornaliero. Non incomunicabilità, ma eccesso di comunicazione catodica che riduce tutto a poltiglie parlanti e parlate: qui Trevisan operando per contrasto, ritrova il gusto del paradosso, della splendida e poetica efficacia della parola detta in scena
La parola è evocata, per questo spettacolo, già dal titol: “wordstar(s)”. Stelle, parole e computer si intrecciano, dal momento che “wordstar” – lo ricorderete – è stato il primo programma di scrittura per computer, poi sostituito da “Microsoft Word”.
Si avverte, allora, la tensione: Vitaliano evoca un programma di scrittura scomparso, così come il testo racconta di uno scrittore che sta per scomparire.
Qui subentra il terzo elemento della miscellanea di storia del teatro, il secondo salto metateatrale dello spettacolo. Il (non) personaggio in scena è, come abbiamo detto, Samuel Beckett, colto nelle sue ultime ore.
Come parla Beckett? Chi è? come si muove? Cosa sono i suoi silenzi? Trevisan ha attinto acutamente ai materiali editi, pubblici e privati, dello scrittore, ai testi teatrali come alla biografia, e ha saputo elaborare un personaggio estremamente credibili, affascinante, rabbioso e dolente. Uno che si prepara la sua valigina e se ne va, da solo, all’ospizio per morirvi. Samuel Beckett è assediato dai fantasmi femminili: la moglie e l’amante. Beckettianamente, potremmo dire, la prima appare chiusa in un armadio o in un frigorifero, quasi fosse Winnie di Giorni felici, mentre la seconda è in scena “in forma di lampada”. Fantasmi o ossessioni che siano, le due donne battibeccano come Ham e Clov, commentano, raccontano, evocano. Sono memorie, proiezioni, incubi, tracce di una vita vissuta.
Nello spazio scenico astratto e lineare creato da Antonio Panzuto, che giustamente evoca, nella seconda parte, il famoso albero secco di Aspettando Godot, splendidamente illuminato da Paquale Mari, con i costumi semplici e poi, sul finale, rutilanti, di Gianluca Falaschi, lo spettacolo è l’esito felice di queste molteplici anime, ben guidate all’incontro dal regista Giuseppe Marini.
Di Marini ho seguito il percorso creativo sin dai primi passi, segnati quasi da un gusto mayercholdiano, per poi ritrovarlo in allestimenti classici, tra cui un Romeo e Giulietta di Shakespeare, che però matenevano una cifra smaliziata, giovane, a tratti irriverente. Per Wordstar(s) Marini sembra fare un passo indietro. Con garbo rispetta il testo, evoca certo i punti cardine del teatro di Beckett: riesce, insomma, a tenere le fila della miscellanea creativa. Allo spettatore, poi, il compito delicato di aprire, una dopo l’altra, le tante scatoline cinese di questo questo Wordstar(s). E alla fine, appare, dolcemente, la poesia.

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