Altro Che Sport
15 Dicembre Dic 2012 0538 15 dicembre 2012

I calciatori, quelli che guadagnano abbastanza e quindi non studiano

I calciatori professionisti italiani non sono buoni studenti. Su 587 calciatori passati negli ultimi anni per la Serie A, sia italiani sia stranieri, soltanto 5 sono laureati, cioè lo 0,8%, a fronte del 15% di laureati che l’Ocse, l’Organizzazione mondiale della cooperazione e dello sviluppo economico, riconosce all’Italia.
Questi dati sono diventati improvvisamente significativi lo scorso 11 dicembre, quando Guglielmo Stendardo, giocatore dell’Atalanta, non è sceso in campo con la sua squadra nell’ottavo di finale di Coppa Italia con la Roma. Questo perché era a Salerno per partecipare all’esame scritto di ammissione all’Ordine degli avvocati, e far così fruttare la sua laurea in giurisprudenza. L’allenatore dell’Atalanta, Stefano Colantuono, ha annunciato provvedimenti disciplinari nei confronti del giocatore, e ciò ha suscitato polemiche.
Cos’è più importante: giocare a pallone, e più in generale praticare uno sport, o prendere una laurea?

Dipende.
Studiare è un diritto di ogni persona.
D’altra parte i professionisti del calcio sono pagati profumatamente per concentrarsi sul gioco e non avere distrazioni esterne.
Poi ci sono altre questioni da prendere in considerazione, come la brevità della carriera agonistica che impone di smettere prima dei 40 anni d’età a fronte di una aspettativa di vita che è circa il doppio. Peraltro il calcio, soprattutto in Italia, è talmente importante come fenomeno sociale che gli ex calciatori di alto livello possono restare nell’ambiente fino a tarda età con ruoli diversi: allenatore, dirigente di società, opinionista televisivo, ecc.

Per contribuire al dibattito, la Gazzetta dello Sport ha pubblicato il 13 dicembre un articolo a firma Alessandra Gozzini, che ha preso in considerazione il mondo del calcio, e il 14 dicembre uno studio di Andrea Buongiovanni, che invece ha allargato lo sguardo anche agli sport olimpici.
E i calciatori, nei confronti degli altri sportivi, fanno la figura degli ignoranti. Nella squadra che l’Italia presentò all’Olimpiade di Pechino 2008, i laureati erano 27 su 340, cioè il 7,9%. Nella squadra di Londra 2012, erano 33 su 281, cioè l’11,7%. Siamo a oltre 10 volte il tasso di laureati tra i calciatori.

Ma la questione è che gli altri sport non hanno la rilevanza economica del calcio, qui in Italia, e quindi non sono perlopiù in grado di costituire ecosistemi all’interno dei quali gli atleti che smettono con l’agonismo di alto livello possano pensare di costruirsi un lavoro.
Per cui gli ex atleti devono pensare a farsi una posizione, studiare, cercarsi lavori plausibili. A differenza degli ex calciatori, se diventeranno allenatori sarà per piacere personale, se diventeranno dirigenti di società sarà per volontariato, e sulle ospitate in televisione non potranno fare gran conto perché troppo rare per costituire una fonte di reddito credibile.

In sintesi, i calciatori (ma solo quelli di vertice) rimangono ignoranti perché possono permettersi di esserlo. Gli altri sportivi è meglio che studino, anche se gli allenatori li vorrebbero sempre e solo concentrati sul campo.

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