Il libro ritrovato. Consiglieri di pagine
15 Dicembre Dic 2012 0916 15 dicembre 2012

Nascere

di Fabrizio Valenza

Il vagito di un nuovo bimbo viene accolto sempre con un sorriso spontaneo, segnale che qualcosa di assolutamente differente è entrato nel nostro mondo. Un piccolo, un bambino, una creatura che entra nel mistero della sua esistenza, intersecando il mistero dell'esistenza altrui. Proiettato fin da subito verso un futuro che è ugualmente mistero, non c'è nulla come la presenza di un piccolo – termine bello, per me connotato di quell'importante significato di “ultimo” ma “centrale” che gli conferiva San Francesco – capace di modificare il destino delle persone.

Talvolta, la nascita di un bambino cambia il destino di un mondo.

L'idea della nascita, il mito della nascita, la realtà della nascita è argomento prediletto di romanzieri di ogni epoca, forse a far data da quando un altro grande piccolo bambino nacque nel mondo (e in seguito al quale la stessa storia umana mutò di carattere e di obiettivi). Tutto il filone fantastico della narrativa (a me particolarmente caro) di ogni continente parte spesso da una nascita. Non solo: quando qualcosa di grande accade – qualcosa che meriti una narrazione – si desidera spesso andare all'origine, per scoprire in quale punto del mondo e momento della storia tutto “nasca”.

La nascita non è solo una nuova speranza, è l'unica radicale novità che possa esserci nella storia dell'uomo. Provate a pensare ai grandi artisti che prediligete: come immaginate il mondo ipotizzando non fossero mai nati? Provate a pensare ai grandi e tremendi dittatori del Novecento: e se non fossero mai nati, nessuno di loro, in massa? Quanti progressi avrebbe fatto la nostra civiltà, mai conoscendo orrori senza precedenti?

Provate a pensare ai vostri più cari amici, all'amore della vostra vita: la loro nascita, vero momento di cambiamento nell'esistenza dei loro cari, è l'attimo in cui è iniziata la scrittura della vostra vita personale. Tutto è avvenuto in un momento a voi celato, segreto, silenzioso, per poi sorprendervi in un altro attimo prima sconosciuto e impossibile da prevedere.

Ora provate a immaginare che nel mondo, all'improvviso, si diffonda una sterilità generale. Che le donne non partoriscano più per inspiegabili motivi e che gli uomini non riescano più a produrre un seme capace di suscitare creazione. Provate a immaginare quale colore assumerebbe la popolazione, che fine farebbero i suoi ideali, in quanto tempo crollerebbe il concetto di futuro, progresso e che significato assumerebbe quello di destino. Uno scenario tremendo, apocalittico, di una desolazione sconfortante. È ciò che ha ipotizzato P. D. James nel suo bellissimo (e agghiacciante) romanzo I figli degli uomini, pubblicato nel 1992 e ambientato nel 2021. La bella versione cinematografica di Alfonso Cuaròn, del 2006, differente dal romanzo, è stata capace di rendere una volta di più il dramma dell'assenza di nascite. Quando ormai la speranza è perduta per tutto il genere umano, viene scoperta una donna che è rimasta incinta. Fanno di tutto per porla in salvo e finisce per partorire nel cuore di una guerra civile in quell'Inghilterra tanto civile che ben conosciamo. Nell'attimo in cui i suoi vagiti si diffondono nell'aria, le pistole e i fucili tacciono, i cannoni si bloccano e chiunque – CHIUNQUE – si mette ad ascoltare quel pianto.

È la nuova creatura che piange sulla guerra della disperazione. Il suo nascere acquista il peso massimo possibile. Un romanzo da leggere, quello di James, forse proprio in questo periodo di crisi, quando ancora tutto può nascere, soprattutto ciò che è nuovo.

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