Il Bureau
17 Dicembre Dic 2012 1620 17 dicembre 2012

Grillo e il Movimento 5 stelle, cali il sipario

di Roberto Morelli

Grillo, Movimento 5 stelle, Salsi, Favia, Tavolazzi: per quel che mi riguarda acqua passata.
Quello che poteva essere, in teoria, il più grande exploit di un nuovo partito dopo la “discesa in campo” di Berlusconi del 1994, si sta avvitando in una tragicommedia per molti versi annunciata. Gli errori della premiata ditta Grillo & Casaleggio sono di forma – come abbiamo ricordato qui – e di sostanza. Iniziamo da quest’ultima.

Innanzitutto il sistema politico italiano è praticamente blindato, corazzato da quasi diciannove anni di guerra ideologica: da un lato Berlusconi e alleati, dall’altro chi gli si opponeva. Non è affatto un caso che i progetti politici nati dal 1994 a oggi non siano mai diventati ciò che, nelle intenzioni dei creatori, avrebbero dovuto essere; dai partiti della sinistra, scomparsi tanto per colpe proprie quanto per ragioni storiche, al PD, che Veltroni (e la sua “vocazione maggioritaria”) vedeva ben oltre quel 33% per il quale oggi i vertici si esaltano. I sogni (o gli incubi) manettari di Pietro si sono fermati per anni fra il 4 e il 7%, la Lega Nord non ha unito elettoralmente il Nord e il PDL non è mai arrivato al mitologico 51% dei consensi elettorali.

Lo spazio di manovra è poco e le dinamiche molto complesse. Entrare ruttando e dichiarando una guerra nucleare a tutti gli altri partiti non poteva che avere, ed ha avuto, le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Il corpo politico, come qualunque organismo naturale, all’entrata di un’entità esterna sconosciuta genera anticorpi e si difende; un’ostilità generale verso il leader, i militanti e le loro iniziative. La politica, che è innanzitutto mediazione, compromesso, dialogo, ha cercato il M5S, ma in cambio s’è presa uno sputo in un occhio. L’isolamento all’insegna del duri e puri paga nel breve periodo ma alla lunga, contro un intero sistema politico sedimentato da decenni di esercizio del potere, non poteva che portare all’accusa d’essere un partito di protesta, che sfascia solo, senza proposte concrete per il Paese, che l’elettore medio, responsabile e moderato, non può votare. Il problema di queste accuse-mantra è che sono in buona parte vere. Chiunque abbia più di vent’anni e non sia un talebano digitale – nel covo del Leader si getta il post a mo’ di esca e i pesciolini fascistelli digitali giù a manganellare nei commenti – ha iniziato a porsi una domanda. La risposta non è stata Movimento 5 stelle.

Disastroso il rapporto coi media. Questi ultimi, inizialmente, hanno avvicinato il M5S pronti a cavalcare, com’è giusto che sia, l’onda della notizia fresca. Calci in culo anche a loro: televisione, giornali e giornalisti, senza pietà (né intelligenza); così dopo un po’ i “prezzolati”, i “servi”, gli “inutili” ne hanno avuto abbastanza e sono passati al contrattacco. Tra colpi ben piazzati - Repubblica: grazie all’assist più o meno involontario di Salsi e Favia – e atti di pura cattiveria (invitare Flavia Vento quale presunta esponente del M5S) Grillo si è trovato contro un massiccio fuoco di sbarramento. Ha sbraitato e berciato contro i media cattivi, ma la verità è che se l’è andata a cercare, ha iniziato lui.

Per non parlare dell’antipatico messaggio di voler rappresentare solo una parte dei cittadini, aizzati ad arte contro chiunque non condivida una fede messianica nel web e nei suoi strumenti. Chiunque abbia poca dimestichezza con la rete viene escluso e schernito da un nutrito codazzo di iene digitali. Anziani, persone che non posso permettersi internet, semplici imbranati: tutti “fuori dalle palle”, il M5S non è per voi. Odioso; ed equivalente, per quel che mi riguarda, all’escludere da un partito i negri in quanto negri e gli ebrei in quanto ebrei.

Ma è sulla forma, più di ogni altra cosa, che il M5S rischia l’implosione. L’errore più clamoroso (Casaleggio guru della comunicazione? Ne siamo sicuri?) è stato su quello che definirei: «il bicchiere d’acqua della libertà». Prendiamo un caso esemplificativo e strategicamente brillante: il PD e le sue primarie. Votazioni che hanno riconfermato i vertici del partito, con buona pace di chi si aspettava rivoluzioni e rottamazioni a sinistra, e come da copione hanno candidato a premier il segretario Bersani. Formalmente primarie per scegliere, sostanzialmente primarie per confermare e rafforzare col consenso popolare la gerarchia del PD. Dare insomma ai propri elettori un bicchiere d’acqua nel quale nuotare felici, comunicando efficacemente di modo che sembri un oceano. Difatti tra il grilliano «questa è la minestra, oppure fuori dalle palle» e la realpolitik degli altri partiti c’è molta meno distanza di quel che si creda; a livello comunicativo, che è l’unica cosa che conta davvero nella politica del terzo millennio, la differenza è invece siderale.

In ultimo lo sconforto suscitato dai casi di Favia e Salsi. Tralasciando l’assist fornito ai media per demolire il movimento – talmente evidente e artato da far pensare, più che a due ingenui, a una quinta colonna – l’episodio ha d’un tratto ricordato a chi favoleggiava di una verginità mai esistita, i peggiori difetti dell’italiano medio che si affaccia in politica. Uno scomposto arrivismo da parvenu, la voglia di cercare l’incidente a tutti i costi passando per vittime, le cariche pubbliche che da occasione di “servire” temporaneamente il proprio paese diventano un’attrazione irresistibile. Una parodia squallida e provincialotta di quell’anello dal quale il protagonista di un celebre romanzo, quando l’avventura sta per finire, proprio non vuole separarsi. Persone reputate, prima dell’anatema di Grillo, le punte di diamante del movimento.

Dopo diciannove anni di operetta a suon di mandolino, per quel che mi riguarda, sulla favola dei nuovi e dei puri in Parlamento possiamo calare il sipario. E chiudere anche il teatro, già che ci siamo.

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