Il libro ritrovato. Consiglieri di pagine
18 Dicembre Dic 2012 1130 18 dicembre 2012

I presagi dell'inferno: confronto tra Shakespeare e Verdi

di Micaela Morini

Shakespeare e Verdi, che cosa hanno in comune?

Sono innanzitutto due uomini di teatro.
Il mondo di Shakespeare, barbarico e medievale, magico e avventuroso, affascinava Verdi tanto da tenere a battesimo, con particolare emozione, Macbeth, melodramma in 4 atti su libretto di Francesco Maria Piave. La prima va in scena al Teatro della Pergola, a Firenze, il 14 marzo 1847.
È un gran successo, Verdi viene chiamato una quarantina di volte sul palcoscenico, viene scortato in albergo dal pubblico entusiasta, riceve un invito da parte del Granduca e rimane per un periodo a Firenze, a contatto con il mondo artistico della città.

Che altro hanno in comune?
La lingua.
Macbeth è linguisticamente al culmine dell'arte shakesperiana; la parola, qui, ha una parte importantissima, è parola nuova, complessa, poetica.
Verdi, nel suo Macbeth, fa lo stesso: non inserisce molte arie, musica la parola in modo aggressivo, le note sono sferzate per il pubblico che assiste, impotente e incantato, allo spettacolo.

Un'altra affinità dei due grandi artisti è la figura di Lady Macbeth.
Lady Macbeth è un grande personaggio teatrale. Ricordiamo Adelaide Ristori famosa in tutto il mondo. La tragedia di Shakespeare ha uno strano destino: si dice porti sfortuna, difficile da mettere in scena, difficile farne un successo perché non si riesce a far funzionare il protagonista, che ha solo una grande scena all'inizio, poi più nulla, diviene testimone di un'azione che lui non ha voluto.
La grande intuizione di Verdi è aver capito chi è il vero protagonista: la donna.
Nell'atrio del castello, Lady Macbeth si presenta in una scena a cavatina che alla struttura perfetta aggiunge, anzi, premette un declamato, che è poi la lettura della lettera appena ricevuta.

Nel dì della vittoria io le incontrai...
Stupito io n'era per le udite cose,
quando i nunzi del Re mi salutaro
Sir di Caudore, vaticinio uscito
delle veggenti stesse
che predissero un serto al capo mio.
Racchiudi in cor questo segreto. Addio.

Diversamente da altre eroine verdiane, Lady Macbeth non ha dame di compagnia che facciano eco alla sua voce. Il suo dramma risulta tutto personale, psicologico e viscerale. Dopo la lettura della lettera , dopo un recitativo veloce e persino ironico, l'aria è un violento appello al marito. Tutta la scena ha un'energia, una forza e un'animosità che, anche quando Verdi non segue pedissequamente il testo, Shakespeare riesce a essere sempre felicemente shakesperiano.

I due grandi signori della scena si sfiorano, si comprendono.

Il Macbeth di Shakespeare è dominato dall'antitesi: bello e brutto, luci e tenebre, sovranità e tirannia, sacro e demoniaco, in questi continui accostamenti di opposti si dichiara il senso più profondo della tragedia. Il Macbeth di Verdi comprende il senso, lo fa suo e scrive così l'opera del “genere fantastico” che il Maestro annunciava con particolare emozione.
Raccomanda al Piave di scrivere un libretto “con l'anima”. Costruisce la scena per un grande baritono, Felice Varesi. Insieme al soprano, Marianna Barbieri Nini, costui si troverà alle prove dell'opera non solo davanti a un semplice musicista, ma a un compositore, a un drammaturgo, a un regista; alla fine, ancora una volta a un uomo di teatro.

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