Giulia Valsecchi
Cineteatrora
20 Dicembre Dic 2012 1006 20 dicembre 2012

La sensazione dei tempi di Orlando

La morsa stringe al collo, come un collare troppo stretto per effetto di una crisi che ignora chi si prova ad armi impari contro la miseria impotente. Raffaele Orlando morì a 33 anni nel 1962 mentre ancora si correggevano le bozze de L’annaspo, il suo ultimo scritto teatrale, la sua ultima riga di innamorato virale della realtà da coniugare con l’azione scenica e poetica. La volontà da cui nasce questo blog è anche di ricordare chi non può più riconoscersi voce, servire qualche replica sparsa che, nella memoria di chi scrive, risale all’adolescenza.

Dalla regia di Virginio Puecher nel 1964 - Orlando fu aiuto-regista amatissimo da Giorgio Strehler - fino alle rese sceniche del 1980 di Fulvio Cauteruccio, resta invece ben impressa la versione successiva di Cristina Pezzoli con una Maddalena Crippa nei panni di Ada Mariglia, la guerriera popolana affiancata da Maurizio Donadoni a graffiare le carni di Vincenzo Mariglia. Sono gli anni del boom e dei caseggiati popolari quelli attraversati da L’annaspo, là dove si fa la guerra per un sorso amaro di sopravvivenza.

Una drammaturgia violenta in due tempi e undici scene, uno scarto ininterrotto di scambi senza risalita e lessici familiari soltanto a chi è parte della stessa gabbia di amori contaminati e ventri gravidi di guai. Ma nella scrittura di Orlando si rintraccia il verso di oggi: uguali le spinte e rincorse a spuntarla con il delitto o l’ingiustizia di un coro di abbandonati che costringe chi non ha la forza di reggere i colpi a ritrovare Medea e ferire mortalmente la piaga dei giorni.

Oggi, come allora, è immutata la scena di una stanza che in didascalia è tutta l’abitazione. Ci sono gli arnesi quotidiani, il ballatoio della ringhiera e i personaggi affondano nell’invenzione esigente di una seconda lingua. Il giovane Orlando la trascina fino a un altrove di rabbie e manifesti di quello che Ruggero Jacobbi scrive con esattezza sensibile nella prefazione all’edizione Einaudi de L’annaspo nel 1963: «Essere giovani è scomodissimo, è atroce: non sempre, più tardi, si saprà ridere, o si potrà ridere, del proprio passato. Figuriamoci, poi, essere giovani a teatro: dove molto del risultato dipende dal diventare vecchi quanto il mondo è, saggi quanto il mondo dovrebbe essere».

All’ultimo atto Ada Mariglia ha già scelto come diventare vecchia, o meglio, ha reso l’anima di un errore di sangue soffocando il proprio figlio e con lui i destini di una resurrezione impossibile. Ada Mariglia sa che il minimo è soltanto miseria senza sante aspersioni:

«Come glielo diamo, al Signore, questo ammazzato? E il bambino che ho strozzato io? E la storta carogna che sono, chi gliela manda? Chi se la prende davvero, la nostra faccia da benedire? Chi vuole venire a diventare una barella da portarli via? Una galera, da tenermi dentro? Facciamo sul serio, una volta. Facciamo come il prete che c’ha l’aspersorio in tasca e benedire può sempre. Il cervello nostro, abbiamo. E pensare, adesso, si può. Facciamo sul serio, questa volta. Come ho fatto anch’io. Anch’io da ammazzare, lo so. Ma perché? Perché sono andata avanti ad accettare. Perché c’ho lavorato, con l’anima; e chissà poi com’era, prima di quello che ho fatto. Tutta la gente, eccola lì, dietro i vetri, sulle scale, dal cortile; tutta la gente, che fa? Guarda.

[…]

E chissà che si crede la gente, la gente, che le disgrazie basta non volerle. E invece ci piombano tutti, altro che classe. Qua, a vedere.

[…]

Avevo voglia anch’io di essere un’altra e a tutti ve lo sbatto in faccia.

[…]

A tutti ve lo sbatto in faccia, ma da capire. E col prete ci ricaviamo una benedizione, sì e no. E da voi? Anime da buttare, già, facile voltar via gli occhi. Ma non mi aggrappo, io, non ci aggrappiamo noi, noi, siamo fuori da prima, non vi saltiamo nell’anima, e va bene così, che ci hanno piazzato ingiusto al principio, viene da Dio, viene da chissà che, e il prete adesso può dirlo, li chiami soldi, li chiami interessi, cattiveria, li chiami voglia di fare in un modo anziché in un altro, è il fuori posto che conta, la scontentezza, l’invidia, la corsa degli altri che arrivano prima, e chi si butta meglio ha ragione. E chi si butta peggio? Mancano, mancano cose per andare avanti e accettare».

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