Il libro ritrovato. Consiglieri di pagine
22 Dicembre Dic 2012 1019 22 dicembre 2012

Estetica del capannone

di Barbara Bernardi

Abito vicino alla pianura Padana, la guardo dalla mia casa, leggermente in alto sull'orizzonte, e i miei occhi provano, ormai da troppo tempo, un malessere insopportabile.
I paesaggi li osservo con attenzione, predisposizione naturale, lo confesso, ma le parole e le pagine di molti libri hanno dato al mio sguardo una nota critica che non voglio tacere, perché raccontare questi paesaggi significa anche raccontare qualcosa del nostro tempo a cui non posso non dare voce.

Della scenografia urbana in cui abitiamo, immaginiamoci allora spettatori, che tornano a guardare dopo essere stati, o aver accettato che altri fossero, attori convulsi, accecati dall'azione e dal fare, senza aver osservato i risultati di questo agire.
La pianura in cui abito è stata per molto tempo uno degli esempi più alti di bel paesaggio italiano, al pari della Toscana. In nome anche di quella bellezza, e senza rinunciare al profitto, quel paesaggio è stato quotidianamente lavorato e modificato, perché portasse tutti i segni delle civiltà che l'hanno abitato.
Di quel bel paesaggio oggi vedo pallidi segni, in difficoltà a farsi notare nel mare di urbanizzazione che, da almeno 50 anni, continuiamo inesorabilmente a produrre senza sosta.
Il simbolo di questa grigia occupazione del paesaggio resta per me il capannone: un parallelepipedo prefabbricato di vetro e cemento, anonimo e brutto perché tutto funzione senza forma né significato.

I paesaggi, trasformati in questo modo arrogante e aggressivo, mi pare riflettano molti aspetti del pensiero dominante: i capannoni sono lo strumento di un potere e di una visione del vivere i luoghi e nei luoghi, che cerca di cancellare i segni del tempo che tutto trasforma, la fragilità che connota la condizione umana e, in assoluto, la morte.
Se il paesaggio parla il linguaggio della temporalità e della finitudine, il capannone parla quello dell'immobilità senza identità.
Se il paesaggio fa risuonare in noi un senso di nostalgia che muove le azioni, il capannone è solo illusione di un futuro senza radici.

Tornare a guardare, dicevo, ma anche dare ai nostri occhi delle lenti con cui osservare meglio e più a fondo. Così ho fatto anch'io con il libro di Roberto Peregalli, "I luoghi e la polvere".

I luoghi hanno per noi un significato in quanto sono attaccati a una stratificazione di sensazioni, di immagini che li fa vivere e che non è necessariamente la nostra. L'anima dei luoghi (…) è determinata dalla loro fragilità temporale. Il tempo li modifica e dona loro un'aura incantata. La nostalgia in quanto sentimento fondante se ne appropria.

Là dove il paesaggio mostra i segni che il tempo e la nostra storia hanno lasciato per orientarci, il capannone è qui per nascondere, per offrire progresso e togliere dalla vista quello che pensiamo sia degrado.
Là dove il paesaggio svela e invita a ridestarsi, il capannone rende manifesta un'idea diffusa che vede nella natura lasciata libera, in un campo lasciato a se stesso, in un fazzoletto di campagna che grida la propria autonomia, occasioni perse e sprecate, aree da conquistare e trasformare in speculazione edilizia.
Perché di certo quel campo lasciato libero o riempito di rovine è un fatto rivoluzionario, perché è uno spreco. Di spazio, di tempo, di sintassi urbana. Sono sacche di arresto nella corsa forsennata del tempo, non sono utili a nulla ma, come il silenzio in una partitura musicale, necessarie al ritmo delle cose. Permettono una visione del mondo più ampia, in cui tutto non sia già deciso, e il destino giochi la sua parte.

Imparare a guardare prima di tornare ad agire, dice Peregalli, ma anche riconoscere che questo panorama geometrico, che ha imbrigliato la mutevolezza del paesaggio, racconta di paure che abbiamo ricoperto; di orrore del vuoto che abbiamo taciuto con una diffusa bulimia da benessere; di successo da evidenziare, sottolineare, certificare, ostentare e amplificare.
Racconta di crepe, interiori e sociali, che abbiamo nascosto con viali ordinati, alberi di tiglio, cespugli di viburno, lampioni e ordine, pulizia, geometria e cemento.

Ho la sensazione che ora le crepe si vedano tutte.

Non resta che guardarle mentre le edere, le erbacce e gli arbusti spontanei tornano a invadere gli edifici, i magazzini rimasti vuoti, i depositi in affitto, i discount scadenti.
Forse allora anche sui capannoni torneremo a posare uno sguardo estetico che sa di nostalgia e dice della necessità di abitare luoghi nuovi che sappiano di rinascita.

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