Eta (senza Beta)
22 Dicembre Dic 2012 1038 22 dicembre 2012

Verdi o Wagner per la Scala? Domanda insensata, risposta sbagliata

Su “Sette” (supplemento settimanale del “Corriere della sera”) di ieri (21 dicembre), il direttore, Pier Luigi Vercesi, torna sulla questione dell’apertura della stagione scaligera, e si domanda: doveva avvenire con Verdi o con Wagner? Credevo che la domanda neppure avesse senso. Ma l’editoriale di Vercesi fa capire che non tutti la pensano così. La scelta di aprire la stagione con Wagner, nell’anno (il 2013) che è il bicentenario della nascita tanto del compositore tedesco quanto di Verdi «era, forse, una scelta discutibile. Discutibile, appunto: aggettivo contemplato nel mestiere di giornalista».

Vercesi afferma poi di aver ricevuto da un interlocutore francese (non sarà mica Lissner in persona?) una telefonata in cui lo si accusava di «disonestà intellettuale», e di aver a sua volta offerto invano a chi così lo criticava la possibilità di intervenire sulla questione. Scontato che chi si è rifiutato di fronte a un’offerta cortese ha agito contro le regole della buona educazione, quanto poi afferma Vercesi è invece, questo sì, ben più che discutibile, semplicemente del tutto fuori bersaglio. Sentite cosa scrive il direttore di “Sette” a proposito della scelta di inaugurare la stagione scaligera col Lohengrin: «ci preme solo ribadire -con parole e pensieri italiani- che non si tratta di campanilismo bensì di europeismo consapevole. Qualcuno ha detto: “In fondo potrebbe essere letto come un tributo al nostro primo mercato d’esportazione”. Ecco, questo è il punto: i tributi li porgono i vassalli, mentre l’Italia, in quest’ultimo anno, ha riconquistato la dignità di “pari” nell’Euro grazie a tre uomini, il presidente Giorgio Napolitano, il premier Mario Monti e il presidente della Bce Mario Draghi, che l’Europa e il mondo riconoscono come interlocutori affidabili e statisti invidiabili».

C’è da trasecolare, perché, di grazia, cosa ha a che fare tutto ciò con la musica? Neanche si stesse parlando di questioni nazionali, o, peggio, di stolide tifoserie. Verdi (l’unico vero autore tragico italiano, rappresentato ininterrottamente in tutto il mondo) e Wagner, benché profondamente radicati nelle loro culture nazionali, da quei confini fuoriescono, essendo patrimonio di tutti. Sia quel “qualcuno” che allude al nostro primo mercato d’esportazione, sia Vercesi sono pertanto completamente fuori strada (ed è un peccato, perché la conclusione dell’editoriale, che tocca poi altre questioni, è del tutto condivisibile). Ha mai sentito Vercesi parlare dei doveri dell’ospitalità (di cui la civiltà milanese è luminoso esempio)? Per rispondere a una impostazione così erronea della cosa, vorrei segnalare che ogni volta che sono stato a Berlino il programma dei teatri era, in netta maggioranza, occupato dall’opera italiana (Verdi, appunto, Rossini, Bellini, Donizetti). E dunque? Aggiungo che, come dovrebbe essere noto a chi opera nel milanesissimo primo quotidiano italiano, proprio la città di sant’Ambrogio è stata (contrariamente a Bologna, avamposto wagneriano d’Italia) da subito e a lungo, con poche eccezioni, ostile a Wagner: lo testimonia ampiamente, ancora ben dentro il Novecento, la stessa malcelata insofferenza di Montale per i drammi musicali del compositore di Lipsia. La scelta di quest’anno, perciò, non è affatto un “tributo”, caso mai la giusta riparazione di una madornale e duratura incomprensione. Volere o volare, dopo Wagner, che è all’origine del Novecento non solo musicale, la musica non ha potuto più essere la stessa.

Lasciamo ai teatri di città straniere inaugurare le loro stagioni con Verdi (o Rossini e gli altri compositori italiani che da sempre sono in cartellone). Mostriamo noi invece di aver superato definitivamente la stagione delle futili contrapposizioni frontali tra i due più grandi drammaturghi musicali dell’Ottocento, ognuno dei quali è a suo modo inimitabile e ineludibile. Poi ognuno farà, come ha sempre fatto, le sue scelte.

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