Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
30 Dicembre Dic 2012 1954 30 dicembre 2012

Io e l'apparato del Pd

Faccio outing. Sono un iscritto al Pd e secondo molti che non conoscono le cose del Pd sarei un bieco apparatcick, cioè sarei un bigio e grigio uomo di apparato. Mentre loro sarebbero degli splendidi e autonomi liberi pensatori. La cosa mi fa assolutamente ridere, ma vorrei difendermi in ogni caso da questa accusa che diventa pesante quando vedrebbe in me un fedele esecutore, cieco, acritico, di presunti "ordini di scuderia" o un soggetto da muovere a comando.

Ho partecipato a tre delle quattro primarie che si sono giocate in Lombardia, una l’ho bigiata come si dice qui, perché ero a Roma (a fare qualche altra neghittosa “Passeggiata romana”). Come uno “fedele alla linea” sarei leggermente indisciplinato, dopotutto, se mi concedo queste libertà e queste (pre)occupazioni da intellettuale esteta e forse un tantino decadente. Ma le altre tre tornate di primarie le ho seguite con partecipazione emotiva e per qualcuna ho speso pure il mio tempo di letterato marcio in servizio permanente effettivo. In assoluta libertà.

Sono un uomo ordinario ma non uomo d’ordine. Piuttosto indipendente intellettualmente non subisco il consenso, cerco di determinarlo. Per questa ragione ho sostenuto e fatto votare Lia Quartapelle in queste parlamentarie. Una trentenne in gamba che è arrivata tra le primissime, battendo donne che nel partito avevano un forte radicamento. Nel comune dell’hinterland milanese in cui vivo gestisco un blog degli elettori e simpatizzanti del partito in cui milito (il verbo mi fa ridere, sarei una via di mezzo tra Orazio Coclite o un santino come san Tarcisio, quello della “tarcisiana” dei chierichetti che non si usa più); da qui ho lanciato il mio endorsement (ah il mio anglopovero!) per Lia. Poi ho convinto qualche mio coscritto (siamo militanti e militari, no?) a votarla. Ieri abbiamo lavorato al seggio delle primarie da perfetti apparatcick (ma anche i militanti più fissi e più fessi non ce la facevano più con questa continua chiamata ai seggi) e abbiamo chiuso piuttosto in fretta; alle 21:45 lo spoglio era finito e abbiamo comunicato il tutto alla federazione (non so se si chiama ancora così). Lia ha avuto 44 voti su 154 votanti. Apparato? Boh, uno strano modo di vedere la forza del consenso dal basso. Lo dico a Giorgio Gori da cui mondi estetici infiniti ci separano - ma che non mi dispiace vedere impegnato nel Pd anche se mi incuriosisce conoscere attraverso quale percorso mentale è giunto alla mia stessa scelta - il quale si è lamentato dicendo che avrebbe vinto la forza dell'apparato. Cioè io o quelli come me.

Io non occupo alcuna carica nel partito. Non sono iscritto da molto tempo e non garantisco che mi iscriverò ogni anno. Fino ad ora il Pd mi ha convinto. L’anno prossimo non lo so. Negozio tutti i giorni la mia adesione. L’iscrizione è il plebiscito di ogni giorno, come diceva Ernest Renan per la nazionalità di appartenenza. Non sono “per sempre” come gli innamoratini di Peynet. Subordino la mia iscrizione alla tacita negoziazione con le scelte di fondo del partito. E il termine partito non mi dispiace, anzi lo ritengo necessario: come struttura, come organizzazione, come volta mentale in comune con altri.

Non so se sono di sinistra: l’idea di essere qualcosa non mi appartiene. Io non sono del Pd, io sono per il Pd. Non appartengo a nessuno, tranne che alla mia libertà. Sono uno che vota “a sinistra”, per adesso, anche se da quando voto, solo con qualche eccezione che ancora oggi mi rimprovero, ho votato sempre a sinistra. Non sono io che sono di sinistra: sono quelli che la pensano come me che sono di sinistra. Io ho delle idee autonome, che elaboro per conto mio, in assoluta libertà di pensiero, che in buona parte coincidono con le loro, diciamo al 51%. Loro, la pensano come me. Non io la penso come loro. Io ho molte idee forse ritenute di destra: sono elitista ma non elitario (reputo inevitabile la formazione di una élite ma vorrei che fosse legittima) e, ancora, sono convinto che si possa coniugare (in compagnia di un liberale come Vittorio De Caprariis, intellettuale dimenticato) élite e democrazia, che le élite insomma non sono di destra. Ho idee meritocratiche: sono convinto che una società sia più efficiente se riesce a far diventare ognuno ciò che è. Ho convinzioni laiche: difendo la libertà di coscienza e il libero pensiero. Anzi sono piuttosto incredulo, ma mi piace il presepe e vorrei che la religione dei padri non venisse quanto meno sommersa dal sincretismo confuso e variopinto delle sette. Ma vorrei che i Monsignori stessero al loro posto. Sono per una economia di mercato, dove però non valga il principio “libera volpe in libero pollaio”. Sono per altre cose ancora. Ma tutto ciò che sono ho voluto incardinarlo, momentaneamente, in una parte, anzi in un partito. Nì solitaire nì solidaire diceva Camus echeggiando Hugo. Tendenziale sì ma non tendenzioso. Libero nell’adesione. Ma non adepto.

Quanto a coloro che pensano di essere più moderni, più “liquidi”, nel momento in cui non intendono aderire a nessuna specifica visione del mondo credendo così di essere anche più obiettivi, più imparziali, au-dessus de la mêlée, ricordo la legge delle tre “p” di Charles Baudelaire, che vale per la critica letteraria, come per ogni lettura del mondo. «Per essere giusta, ossia per avere la sua ragion d’essere, la critica deve essere partiale, passionnée, politique, cioè fatta da un punto di vista esclusivo, ma un punto di vista che scopra la maggior parte dell’orizzonte». (C. Baudelaire, L'art romantique : et autres oeuvres critiques ).

Di parte, appassionato, politico.Peroro la causa di una visione del mondo appassionata, perché la ritengo, in quanto cittadino, la sola possibile. L’indifferenza è una forma di complicità con il potere costituito. E non ti dà il diritto al lamento. «Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti». (Antonio Gramsci). Chi si richiama a una visione del mondo imparziale, sappia che non è vera, che non esiste. Meglio dichiarare la propria parzialità, ma una parzialità che, spiegava Baudelaire, scopra la più parte dell’orizzonte. E si è infine politici quando si decide di non essere “parte per se stessi”, ma di condiviere la propria visione del mondo con quella degli altri, i sodali, allo scopo di farla trionfare con le regole della democrazia.
Quando tutto ciò non sarà possibile con essi, sarò ancora parziale, appassionato e poltico con altri.

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