Andrea Cinalli
Serialità ignorata
31 Dicembre Dic 2012 1554 31 dicembre 2012

Il 2013 che vorremmo

Un altro anno sta volgendo al termine e – come consuetudine – ci si appresta a tirare le somme, a elaborare bilanci poco edificanti che spingano verso il baratro dello sconforto. Centinaia di aziende che, messe alle strette da un malgoverno sempre più oppressivo, hanno chiuso bottega; dipendenti congedati con una pacca sulla spalla e l'auspicio di più fiorenti tempi venturi, scagliati nella fossa dei disoccupati; studenti che galvanizzati dai successi accademici si affacciano al mercato del lavoro con un'apparente speranza incrollabile, che però piano, piano va scemando fino a rasentare l'entusiasmo con cui si fa visita al dentista.
Ecco, ora guardando al futuro vorremmo si riaccenda una pur flebile speranza. Vorremmo che il 2013 segnasse il sospirato cambio di rotta, discostandosi dalle nefaste tendenze che hanno contraddistinto gli ultimi anni e restituendoci un po' di quella solarità smarrita alle prese con tagli, spese e bollette.

Cullandoci nelle nostre fantasticherie, ci piace pensare che la sterminata schiera di parlamentari molli ogni proposito di arricchimento personale per intraprendere un'azione politica effettivamente volta al benessere del cittadino, quello che si trascina a fine mese con una manciata di banconote.
Ci piace vagheggiare un mercato del lavoro che bandisca nepotismo e raccomandazioni per lasciare campo libero a chi ha dilapidato i risparmi scrupolosamente raggranellati dai genitori per buttarsi nello studio con risultati eccelsi. Quei giovani che incarnano il cuore pulsante del futuro del Paese, ma che – sotto il peso soverchiante di raccomandazioni a go-go – cedono il passo a inetti figli di papà.

Ci piace accarezzare l'idea di una corposa busta paga che garantisca al lavoratore la libertà sancita dalla costituzione. La libertà di mettere su famiglia, di acquistare un fazzoletto di terra su cui erigere un'abitazione tutta sua, senza stiparsi in mastodontici appartamenti con l'onere di un affitto sempre più caro. Un salario che insomma assicuri un amplissimo ventaglio di possibilità per assecondare le nostre vere inclinazioni, senza annichilirsi in un futuro di stenti predeterminato, con un pugno di spiccioli in tasca.
Vorremmo siano queste le rassicurazioni – da tradursi in fatti – con cui il capo di stato infarcirà il suo ultimo discorso di fine anno, accantonando argomentazioni vaghe e dal sapore retorico. Un primo passo verso quell'Italia migliore tanto caldeggiata, epurata da quella cinica furbizia che ci ha portato alla ribalta delle cronache politiche internazionali. Un modo, dopotutto, per rispolverare quell'orgoglio di patria ormai prossimo alla dissoluzione.

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