Francesco Giubilei
Leggere è rock
31 Dicembre Dic 2012 1050 31 dicembre 2012

Il fascino indiscreto della boutique - racconto di capodanno

Giulio stentava ad ammetterlo ma forse era proprio così, si comprende il vero significato delle cose quando le si perde una volta per tutte, senza possibilità di appello o seconde occasioni.
Sapeva che gli restava poco tempo prima dell'appuntamento, eppure sedeva in una panchina al margine della strada senza nessuna intenzione di alzarsi. Avrebbe fatto tardi ma non gli importava minimamente, il suo sguardo era perso e fissava in modo ostinato la serranda abbassata di un negozio su cui era attaccato un cartello con la scritta vendesi.
Era una giornata particolarmente fredda, un vento gelido si insinuava sotto i vestiti facendo ondeggiare i rami degli alberi.
Un suono netto distolse lo sguardo di Giulio. Una signora sulla cinquantina suonava insistentemente il clacson per richiamare l'attenzione del proprietario di una monovolume in seconda fila. Il suo sguardo era determinato e non aveva la minima intenzione di smettere di suonare fino a quando non si fosse palesato l'uomo che ai suoi occhi stava commettendo il tremendo crimine di abbandonare un auto in seconda fila l'ultimo dell'anno.
Passi per un qualsiasi giorno, ma proprio il 31 dicembre alle sette di sera, in via Torquato Tasso, si stava consumando, davanti agli occhi di Giulio, uno dei peggiori scempi che la società occidentale contemporanea potesse concepire.
A causa dello scellerato gesto, la signora Antonucci, sportiva cinquantenne in ansia per il party - come amava chiamarlo perchè, si sa, usare parole in inglese è più chic - che aveva organizzato a casa sua, rischiava di non arrivare in tempo per accogliere i primi ospiti che si sarebbero presentati intorno alle otto.
Minuto dopo minuto cresceva in lei una sensazione di ansia, amplificata dal pensiero delle cose che ancora le restavano da fare prima del ricevimento. La cena era certamente il problema minore, ma l'allestimento delle decorazioni, la cura maniacale dei dettagli, il rischio di un addobbo fuori posto che potesse essere un pretesto alle facili critiche degli invitati, le suscitavano una tremenda ira che rischiava di sfociare a minuti in una crisi isterica.


Nonostante il suono ininterrotto del clacson, che aveva attirato la curiosità dei passanti, il proprietario della monovolume latitava.
Giulio si sbottonò il soprabito e dal taschino della giacca prese un pregiato portasigari da cui estrasse un Toscano. Con la consueta attenzione che quel rito richiedeva, accese il sigaro e lo portò alle bocca. Si riteneva una persona abitudinaria, attento a tutte quelle piccole consuetudini che caratterizzavano la sua vita. Era un fine collezionista di libri d'arte e considerava l'epoca storica in cui viveva uno dei periodi più bui per storia occidentale. Vedeva, nella decadenza della sua città, lo specchio del tempo in cui viveva. Non poteva fare a meno di pensare che nel negozio dove ora campeggiava il cartello vendesi, fino a pochi mesi prima c'era una norcineria gestita per generazioni da una famiglia che aveva fatto della propria professione una ragione di vita.
Ciò che stava accadendo in Via Torquato Tasso non faceva che confermare i suoi pensieri.
La discussione tra la signora Antonucci e il sopraggiunto proprietario della monovolume parcheggiata in seconda fila, rappresentava uno degli spettacoli più beceri che potessero accadere.
Giulio non si soffermò più di tanto su quello che accadeva dalla parte opposta della strada perso com'era nei suoi ragionamenti.
La frenesia che sembrava essersi impossessata di tutti i passanti che si affrettavano per le ultime preziose compere prima della chiusura dei negozi, in modo che tutto fosse perfetto per l'ultima notte dell'anno, gettava Giulio nello sconforto.
Amava osservare la gente da cui prendeva spunto per le lezioni universitarie e per i suoi scritti.
Chiuso com'era in un microcosmo costruitosi a sua immagine e somiglianza, trovava tutto ciò che lo circondava estremamente banale e ripetitivo, nella ciclicità di riti che si ripetevano nella loro monotonia, da tempo con riusciva a trovare nella conversazione con altre persone gli stimoli che invece non faticava a trarre dalla lettura dei libri.
Con il tempo si era sempre più circondato di poche persone, limitava l'amicizia a un cerchio ristretto con cui condivideva interessi e comunità di intenti.
Aveva scelto di passare gli ultimi minuti di tranquillità prima dei festeggiamenti a cui, inevitabilmente, avrebbe dovuto partecipare, in quel luogo, su una gelida panchina in Via Torquato Tasso per cercare ispirazione all'ultimo capitolo del saggio a cui stava lavorando.
Avrebbe dovuto consegnarlo entro metà gennaio all'editore e, nessun luogo meglio di quello in cui si trovava, poteva aiutarlo nel raccogliere i pensieri. Si trattava, e sarebbe stato difficile pensare altrimenti visto il raffinato interprete, di un saggio sul declino culturale della civiltà occidentale contemporanea.
Ogni volta che Giulio veniva a conoscenza della chiusura di un piccolo esercente, di una bottega di artigiani, di una rivendita di famiglia, non attribuiva le cause a fattori economici bensì a un problema culturale di cui la crisi economica era solo una diretta conseguenza.
Figli del consumismo, plagiati dalle mode e dagli slogan pubblicitari, gli italiani non erano più in grado di distinguere un prodotto di eccellenza e qualità e privilegiavano i grandi supermercati, i negozi delle multinazionali provocando, inconsciamente, il collasso di un sistema di negozi a conduzione familiare che per anni avevano sorretto l'economia quotidiana di intere città.
Il telefono squillò e solo allora Giulio si rese conto di avere un appuntamento. Pigiò il tasto del silenzioso. Chissà se la famiglia Scantelli, ex proprietari della norcineria di Via Torquato Tasso, quell'ultimo dell'anno avrebbe festeggiato.
In compenso la nuova merceria cinese, al civico 15, vendeva fuochi di artificio a prezzi scontati e, a giudicare dall'affluenza di persone, con un ottimo successo commerciale.
Spesso si domandava come riuscissero a sopravvivere le migliaia di rivendite di cinesi che avevano invaso negli ultimi anni le città italiane. Quasi per inerzia Giulio decise di entrare.
Guardandosi intorno spaesato, il suo pensiero andò, inevitabilmente, alle antiche drogherie, luoghi ormai leggendari dove decine di oggetti, accessori, suppellettili, si articolavano in un ambiente curato nei minimi dettagli, tutto il contrario della sciatteria di quella rivendita dove prodotti di ogni genere erano gettati alla rinfusa su scaffali arrugginiti.
Nonostante ciò una fila di persone si affollava alla cassa. È un problema culturale borbottò tra sé e sé Giulio uscendo dal negozio e avviandosi con passo ciondolante verso la macchina.

Francesco Giubilei

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