A mente fredda
1 Gennaio Gen 2013 2146 01 gennaio 2013

Stefano Menichini e il contagioso ottimismo delle primarie

Dopo essere stato, in questi mesi, quasi sempre profeta (mai smentito dai fatti) di sventura parlando sia di politica che di gestione dell'università, voglio iniziare l'anno con una punta di ottimismo, segnalando volentieri l'analisi che ieri Stefano Menichini, direttore di Europa e osservatore tra i più attenti dello scenario politico nel centro-sinistra, ha fatto dei risultati delle primarie. Leggere questo articolo mi ha infatti aiutato a formulare in termini più chiari una sensazione che anch'io ho avuto di fronte allo svolgimento delle consultazioni del 29-30 settembre.

Da un lato la piattaforma programmatica che le regole di voto e gli orientamenti del corpo elettorale hanno portato a una rappresentanza maggioritaria nelle liste elettorali del PD, unita alle voci sulle inclusioni nel "listino" dettato dalla segreteria, è piuttosto distante dalle mie convinzioni sui temi che mi stanno più a cuore. Per quanto riguarda in particolare la politica universitaria, questione che mi riguarda sia sul piano della mia collocazione professionale che dei miei attuali interessi di studio, mi sembra di poter confermare l'idea che già avevo espresso in altri termini nel mio bilancio di fine anno: chiedere a questo PD di fare ciò che va fatto negli atenei è come chiedere ad Alemanno di aumentare le licenze dei taxi. Se l'università italiana sconta nel suo funzionamento il permanere di logiche corporative con cui il potere politico scende a patti ogni volta che intende aumentare il suo controllo sulla gestione delle risorse e sull'orientamento degli studi, col PD andrà al governo una formazione politica in cui questi gruppi di potere trovano nella maggior parte dei casi rappresentanza, e che non potrà scardinare alla radice il sistema in cui prospera; al limite rivedrà gli equilibri a favore di gruppi di potere ad essa più graditi rispetto a quelli moderato-conservatori che hanno cercato di approfittare del ciclo di riforme del 2010 per migliorare le loro posizioni.

D'altro canto, il sistema di selezione dei candidati ha offerto un quadro veritiero degli attuali orientamenti della base elettorale che il Partito democratico si accinge a rappresentare, ben diverso dall'artificiale agglomerato di correnti frutto del gioco di influenze e compromessi contrapposti che aveva caratterizzato il 2006 e il 2008. I confini e le caratterizzazioni ideali delle tradizionali "correnti" e frazioni interne, spesso realizzatasi per la stratificazione di suddivisioni e di riproduzioni cooptative dei gruppi dirigenti sopravvissuti alle fusioni e agli inglobamenti di formazioni politiche nell'unico corpo del partito maggioritario, sono stati sostanzialmente scardinati, e hanno lasciato spazio a elementi di identificazione decisamente più vitali e rispondenti ai reali orientamenti di chi vota Democratico in questo preciso tornante storico. Così le primarie, come avevo già sostenuto a suo tempo, hanno dato anche in questa forma ulteriore prova della loro validità come strumento di espressione delle idee del corpo elettorale e di ancoraggio dei rappresentanti istituzionali del partito a tali tendenze di pensiero e di azione programmatica. Il PD, insomma, ha trovato una (ancora grezza finché si vuole) modalità di produzione e di elaborazione del proprio consenso più efficace e più credibile dell'autocrazia berlusconiana e delle consultazioni per pochi eletti via web del M5S. La vigorosa affermazione di Giuseppe Civati, che penso rappresenti un ottimo viatico per la sua successione a Bersani l'anno prossimo come segretario "di garanzia" non assimilabile a nessuna delle tendenze in competizione ma nemmeno sgradito ad alcuna di esse, potrà essere la garanzia di un ulteriore consolidamento del meccanismo delle primarie come costitutivo di una forma-partito che, a dispetto di quanto sosteneva qualche incompetente di studi politici veri che ama riempirsi la bocca coi nomi dei classici dello studio dei partiti novecenteschi invece di imitarne il metodo, è imperfetta finché si vuole ma è il meglio che abbiamo per la situazione attuale del paese.

Proprio su questo Menichini dice parole secondo me giustissime:

Da ieri, anche senza fare retorica sul milione di cittadini al voto, il gruppo dirigente intermedio del Pd somiglia di più alla realtà di questo partito, a ciò che il Pd è diventato, piaccia o no.

Allora è inutile stupirsi o addirittura recriminare se si vede uno spostamento a sinistra (questo è il mainstream del tempo). O se le varie famiglie ex popolari appaiono surclassate dagli ex diessini: non ci fossero state le quote blindate che hanno consentito la fondazione del partito, sarebbe successo molto prima. Casomai la riflessione andrebbe fatta sul perché - fino all'arrivo di Renzi - non si sia fatto abbastanza per mescolare le carte e far svanire le vecchie appartenenze: oggi ci sarebbero tanti mugugni in meno, ai quali si proverà a porre parziale rimedio nella composizione del listino bloccato.

Se non l'avessimo già annunciato in altre occasioni, potremmo dire che il vero Pd nasce oggi, e lo rifonda Bersani con la complicità del suo sfidante. È un po' più "autentico" di quello di prima, con i conseguenti difetti.

Per esempio è troppo sbilanciato a sinistra, come già scrivono tanti osservatori soprattutto considerando i successi di Fassina a Roma o Civati in Brianza, in aggiunta all'alleanza stretta con Vendola?

In parte è vero. Ma è vero come lo era ai tempi del Pci, e non per passatismo ma perché alla fine la funzione nazionale dei due partiti e perfino la loro dimensione rischiano di somigliarsi.

Anche considerando le cose difficili che toccherà di fare nella prossima legislatura (per non parlare delle alleanze, dell'allargamento della maggioranza eccetera), Pier Luigi Bersani torna a essere il tipico dirigente riformista che si incarica di pilotare su una rotta centrale una nave che di suo avrebbe una sensibile inerzia a sinistra.

Con una differenza decisiva rispetto al passato del lento "rinnovamento nella continuità" e all'epoca della cooptazione. Che sia le primarie di novembre, che queste di fine d'anno, hanno definito uno standard irreversibile di contendibilità e scalabilità del Pd.

L'assetto attuale è probabilmente il migliore per presentarsi come la proposta più seria e innovativa sul mercato elettorale, battere la concorrenza e vincere il 24 febbraio.

Per queste ragioni, pur essendo solo in piccola parte soddisfatto della piega che ha preso, continuo a considerare il Partito democratico l'unico possibile riferimento serio nell'arena politica, e a farne la prima scelta per il mio voto (al netto, s'intende, di impresentabili assoluti nelle sezioni di lista ancora da decidere per le mie circoscrizioni). Questo anche perché, come ho già detto, se è vero che da queste parti non ci si può aspettare una politica universitaria efficace per motivi di struttura, è anche vero che da una forza come il PD è più probabile che scaturisca una proposta politica accettabile per il paese nel suo complesso, e da questa si potrà quantomeno sperare qualche effetto indiretto sulla funzionalità di un sistema di formazione che, per sua natura, è parte integrante dell'organismo sociale del paese.

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