In principio è cinema
4 Gennaio Gen 2013 0919 04 gennaio 2013

La Francia è davvero la “Mecca del cinema”?

Il 2012 è stato per la Francia cinematografica un anno davvero memorabile, con gli Oscar a “The Artist” e il successo internazionale (con possibile "statuetta" 2013 al film straniero) di “Quasi Amici” (oltre 420 milioni nel mondo, maggior successo mondiale di sempre per un film “straniero” non in inglese), con produzioni che hanno fatto il giro del mondo e autori sempre più amati e apprezzati dalla critica.

Un successo non nuovo, visto che già nel 2010 i film francesi spiccavano nel panorama europeo con il più alto numero di film usciti dall'Unione (150, il 33% del totale). E il discorso si potrebbe fare più ampio, considerando gli autori francesi ormai “americanizzati” a Hollywood (per esempio le più interessanti “nuove leve” dell’horror, Alexandre Aja, Xavier Gens, Pascal Laugier, Alexandre Bustillo, Xavier Palud, David Moreau, Eric Valette..., che hanno seguito l’esempio di Luc Besson o Michel Gondry) e che grazie al talento produttivo dello stesso Besson ormai da anni con capitali francesi ed europei si realizzano filmoni d’azione (una volta si sarebbe detto “americanate”) come i vari “Transporter” con Jason Statham o più recentemente “Io vi troverò” e "Taken 2" con Liam Neeson.

Un successo di critica e di pubblico, perché contrariamente a noi italiani i francesi (che sprezzantemente definiamo "sciovinisti" ma da cui un po' potremmo anche imparare...) hanno fatto sì che nell'anno appena concluso ben 16 film nazionali superassero la quota di 1 milione di biglietti venduti in patria (da noi sono meno della metà, e dire che il 2012 francese ha segnato un -6% al botteghino rispetto al 2011, l’anno record - per loro - dell’uscita di “Quasi amici” con oltre 19 milioni di spettatori!), spaziando dai commerciali "Sur la piste du Marsupilami" (miglior risultato con 5.29 milioni) e il nuovo Asterix a film considerabili di nicchia come "Un sapore di ruggine e ossa" di Jacques Audiard (1.9 milioni) o il premiatissimo "Dans la maison" di François Ozon (1.16 milioni). E più di 30 film han superato la soglia dei 500.000 biglietti: risultati per noi italiani incredibili, con oltre 200 milioni di biglietti venduti in un anno, più del doppio rispetto a noi.

Se l’alba del 2013 sembra promettere un anno di nuovi grandi successi (sono previsti nell'anno appena iniziato i film di Agnes Jaoui, Bruno Dumont, Abdellatif Kechiche, Aurnaud Depleschin, Betrand Tavernier, Michel Gondry e molti altri, come l'atteso "Moebius" di Eric Rochant con Jean Dujardin), iniziano a farsi strada proprio in Francia alcune crepe da non sottovalutare.

La più visibile riguarda i costi eccessivi di un cinema ancora oggi molto (troppo, secondo alcuni) sovvenzionato, e la causa del levitare dei costi sarebbe da ascrivere ai cachet degli attori. "Sono troppo pagati!", ha tuonato da Le Monde il distributore e produttore Vincent Maraval.

Nell’articolo viene spiegato come - escluse le produzioni statunitensi - sia proprio la Francia a detenere il record dei film più cari, con una media a pellicola di 5.4 milioni di euro (maggiore alla media dei film indie USA): colpa dei vari Dany Boon (che prenderebbe 10 milioni per girare Hypercondriaque) e Gerard Depardieu, a cui sarebbe stato dato un milione per pochi minuti nell’ultimo Asterix (e le polemiche sulle tasse da pagare e sulla cittadinanza russa non aiutano di certo la “causa” degli attori), ma anche gli altri - da Jean Reno a Marion Cotillard, da Gad Elmaleh a Lea Seydoux - prendono tra i 500.000 e i 2 milioni a film. Sotto "accusa" Vincent Cassel, che per girare "Il cigno nero" si accontenta di 226.000 euro (un film da incassi oltre i 200 milioni) mentre per "Nemico Pubblico" ne chiede 1,5 milioni (e il film "vale" un decimo dell'altro, 22,6)?

Una tendenza pericolosa perché i film girati in Francia sono molti (nel 2011 sono stati 293), e per quanto siano tanti quelli che vanno bene al botteghino il ritorno economico, nel complesso, non c’è. Anzi.

Fare le pulci all’industria cinematografica francese può apparire pretestuoso visto il non brillante momento che sta passando quella italiana, ma visto che spesso viene ripetuto che da quella dovremmo imparare, meglio conoscerla bene per evitare di ripeterne gli errori.

Quello francese è un sistema che si basa sui contributi statali, pensati non in modo assistenzialistico, con il Centre Nationale de la Cinématographie Française (CNC) che funge da entità pubblica controllata dal Ministero dei Beni Culturali, anche se autonoma nella gestione nei fondi e nelle decisioni, e che ha creato un sistema di finanziamenti e detassazioni molto fruttuoso per le produzioni, che ricevono più soldi se le loro opere precedenti hanno avuto successo e che nel 2011 hanno ricevuto denari per un totale di 737 milioni (fonte Le Figaro, 3 gennaio 2013), comprensivo anche di tasse ad hoc pagate dai canali televisivi, dai provider di internet e dagli operatori satellitari.

A ottobre 2012 sono poi giunte due decisioni del governo Hollande - in controtendenza tra loro - che hanno aiutato e osteggiato contemporaneamente il “mondo cinema”: da un lato l’aumento dell’IVA per le sale passata dal 7 al 10% mentre la cultura in genere se l’è vista abbassare dal 7 al 5; dall’altro invece la decisione di alzare il tetto dei crediti d'imposta - sul 20% delle spese affrontate - da 1 a 4 milioni per i film francesi, da 4 a 10 per gli altri. In questo modo si vorrebbe evitare la delocalizzazione delle produzioni nazionali e anche attrarre maggiormente quelle estere: nel 2012 il 40% dei film francesi è stato girato fuori dai confini, quasi il 70% per i film di alto budget.

Problemi concreti, certo, ma la sensazione è quella di una classe politica attenta, di istituzioni preposte che agiscono - bene o male - in modo limpido e di un pubblico che cerca e premia i film nazionali, che offrono a loro volta un ampio ventaglio di proposte in termini di genere, di impegno e di valore assoluto. Averceli, questi problemi, se per risolverli si hanno le stesse armi.

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