Alfio Squillaci
La Frusta Letteraria
7 Gennaio Gen 2013 1302 07 gennaio 2013

Così la borghesia italiana divenne “classe digerente”

Nel film La ricotta (1961) di Pasolini una voce intervistante fuori campo chiede al regista Orson Welles che interpreta se stesso: «Cosa pensa degli italiani?» «Il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d'Europa» è la bruciante risposta.

Nella pièce teatrale di Vitaliano Brancati (nella foto) La Governante (ed. "Delfini", Bompiani, 1984). Si legge:

Parla Alessandro (ispirato alla figura di Alberto Moravia).

« Moralità? La moralità italiana consiste tutta nell'istituire la censura. Non solo non vogliono leggere o andare a teatro, ma vogliono essere sicuri che nelle commedie che non vedono e nei libri che non leggono non ci sia nessuna delle cose che essi fanno tutto il giorno - e dicono. Chiudere la bocca agli scrittori; ecco il sogno degli italiani». (pag.135)

E prima ancora, nel dialogo intessuto con la governante Caterina, una francese calvinista:

Alessandro: Quali meriti ha la borghesia italiana? Cultura, no. Nessuno in Italia legge libri o va a teatro.
Caterina: Proprio nessuno?
Alessandro: Per nessuno intendo pochi. Vada nella hall di un albergo. Tutti gli stranieri hanno un libro davanti e leggono. Poi c'è uno che sta così (allunga le gambe, socchiude gli occhi e allaccia le mani sul ventre) è un italiano.

Nello scritto Ritorno alla censura (1952) lo scrittore siciliano è altrettanto esplicito nella sua polemica contro l'ignoranza della classe borghese italiana:

«Nelle abitazioni dei ricchi italiani (parliamo della generalità) c'è una stanza che va in rovina da quarant'anni, o che non è stata mai fabbricata: la biblioteca. Un medico, chiamato in queste case per curare un mal di capo, si guarderà bene dall'attribuirlo a un esercizio continuato di lettura. Non occorre conoscere i bilanci dei librai per accorgersi che la classe dirigente del nostro Paese ha appreso tutto dalla vita (nella vita compresi i giornali, le riviste, la radio e il cinema), e non dai libri. Anche del teatro diffida perché dietro lo spettacolo teatrale c'è sempre un libro. (...) Popolo intuitivo , e in molti casi dotato di genio, la sua classe dirigente teme che la cultura possa metterla nella condizione di riconoscere qualche verità nociva ai suoi egoismi. Istintivamente se ne protegge.» (ivi, pag. 25).

In più luoghi della sua produzione giornalistica Raffaele La Capria addita una “classe digerente” a luogo di una “classe dirigente”. Solo nei romanzi di Guido Morselli (si veda Uomini e amori) viene ritratta una borghesia colta - un riflesso di quella immaginaria o forse reale del Triangolo industriale - intenta a conversare brillantemente su temi quali la Riforma protestante, la psicologia junghiana, la pittura astratta, la musica. Potremmo ricordare altri testi narrativi o saggistici per rammentare in versi e in prosa che la formazione di una ruling class, che altrove è il ceto borghese, è questione grave e irrisolta in Italia.

Si dirà che abbiamo avuto un proletariato arretrato ridotto ai limiti antropologici di una plebe indistinta, di «un volgo che nome non ha» e dunque anche una sinistra cialtrona e arretrata persa nei fumi ideologici di marxismi immaginari. E non è difficile sottoscrivere questa asserzione. Ma la borghesia italiana? Un vero disastro antropologico! In Italia la formazione di una élite (una “aristocrazia legittima”, la chiamava Flaubert in una sua lettera) attraverso il meccanismo della selezione pubblica, l’accesso alle Alte Scuole, la competizione nel Mercato e non fuori o contro il Mercato, è clamorosamente mancata per diverse ragioni che vanno dal perenne disordine amministrativo scaturito dal compromesso Nord/Sud sulla formazione dello stato unitario, alla “distrazione” consapevole di una classe politica che ha sempre preferito tenere sotto scacco la burocrazia e impedire che diventasse forte, consapevole e imparziale (art.97 della Costituzione) al fine di poter meglio “manovrare” per interessi clientelari; o al potere di interdizione di un sindacato che spesso si è sostituito alla élite amministrativa prendendone semplicemente il posto, talché oggi non è infrequente trovare ai vertici di imprese statali o articolazioni governative ex sindacalisti, che con un semplice roteare di mantello vedi passare da una parte all’altra del fossato. Da indiani a cow boy dans l’espace d’un matin!

È stata così debole la formazione della nostra classe dirigente amministrativa (solo per fermarci ad essa, lasciamo stare quella politica) che da noi è successo che, nelle maglie sempre più larghe di un’Amministrazione nel frattempo diventata imbelle, collusa, corrotta, si sono infiltrati tutti quei faccendieri (termine così italiano, da commedia dell’arte quasi) che riempiono le cronache (da Carboni a Bisignani a ... Pio Pompa!) indizio però della crescita, all’interno delle organizzazioni formali, di organizzazioni informali, occulte, che tutto vogliono e tutto possono.

Altro che borghesia che sappia discutere di accise e di spalmatura del colore sulle tele con eguale competenza, che sappia coniugare “l’anima e il prezzo del carbone” per dirla con il Musil de L’uomo senza qualità. C’è questa poltiglia di improvvisatori, di orecchianti, di mestieranti, di vocianti, su cui poi cadono, nel vuoto della funzione pubblica (ah la burocrazia austriaca dove “quod non est in actis non est in mundo”!), nel disordine perenne degli apparati disossati da decennali pratiche clientelari, nel vociare indistinto e ideologico di questo e di quello, problemi gravissimi e annosi: il funzionamento delle poste, delle ferrovie, dei trasporti pubblici, delle aziende ospedaliere, della raccolta dei rifiuti…

Talché non è stato difficile rispondere a una mia interlocutrice che ama definirsi "borghese" e che contesta il mio piccolo saggio sulla crudeltà dei piccolo-borghesi italiani che se esistesse, o fosse mai esistita, una borghesia italiana degna di questo nome e con tutto l'assenso e la fierezza che Max Weber dava al termine/concetto "borghese", quando scriveva:

«Sono un membro della classe borghese. Mi sento tale e sono stato educato alle sue vedute e ai suoi ideali». Max Weber, "Lo stato nazionale e la politica economica tedesca", in Scritti politici, Giannotta, Catania, 1970, p. 103,

non avremmo mai potuto avere questa saldatura estetico-etico-politica del berlusconismo, evento psichico, morale, politico, economico sconosciuto ai Paesi europei maturi. I tedeschi parlano di Bildungsbürgertum, ossia di borghesia della cultura, della formazione, dell'anima. Se c'è una cosa che rimprovero a Berlusconi non sono le olgettine né le nipoti di Mubarak (andiamo, pura commedia all'italiana!) ma aver inaugurato (luglio 2010) in pompa magna a Novedrate la sede dell'ECAMPUS del CEPU! Tutto qui: altrove gli statisti borghesi e talora anche i comunisti (in Francia l'ENA è stata istituita da Maurice Thorez , segretario del PCF e dal generale De Gaulle...) fondano scuole d'élite per la formazione della classe dirigente e da noi inaugurano le scuole private a pagamento per giovani diciamo così "in difficoltà"...

Dicono che Monti voglia rianimare o ricostruire la borghesia italiana. Volesse il cielo! Ma già sento le chiacchiere di Pierferdinando Casini sulle geometrie politiche: il centro che guarda a sinistra, la sinistra che dialoga con il centro… «la svolta del rilancio o il rilancio della svolta?»,si chiedeva beffardo Alberto Arbasino…

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